L’amore a colori

La scoperta di una versione teatrale multiculturale di Romeo e Giulietta (nel teatro Volturno occupato a Roma, 19, 20 e 21 giugno) è anche l’occasione per una presa di coscienza dei propri, inutili e sbagliati, pregiudizi.

amore-a-coloriL’appuntamento con la mia amica è alle 17.30, in via Volturno n. 37. Guardo l’orologio: è tardissimo. Trattandosi di Roma, e di un indirizzo non lontano dalla stazione Termini, la sfida è raggiungerla in meno di mezzora, da questo ameno numero appena sotto i mille che è il civico del palazzo in cui lavoro, lungo la via Tiburtina e, cosa ancor più complessa, trovare parcheggio.

La mia amica Marzia mi ha invitato ad assistere alle prove di uno spettacolo teatrale messo in scena da un gruppo di studenti migranti e da alcuni insegnanti del gruppo Alfabetizzazione di Focus, Casa dei Diritti Sociali, di cui fa parte anche lei. Lo spettacolo si intitola “L’amore a Colori”. L’idea e la regia sono di Magda Mercatali e Rosalba Caramone, entrambe insegnanti volontarie del Gruppo Alfabetizzazione. Lo spettacolo debutterà  il 19 giugno, con repliche nei giorni 20 e 21, negli spazi messi a disposizione dal Volturno Occupato, ex cinema, ora laboratorio culturale autogestito.

Il testo è una libera interpretazione della tragedia shakespeariana di Giulietta e Romeo. “Libera” perché, in questo caso, Giulietta viene dal Burkina Faso, Romeo dal Perù e amici e parenti sono africani, rumeni, pakistani, iracheni, bengalesi. Tutti neri i personaggi legati a Giulietta, tutti bianchi i parenti di Romeo. L’amore fatale scocca durante una festa africana, e porta ad un matrimonio segreto, ma di rito islamico, mentre l’ostilità  tra Capuleti e Montecchi diventa conflitto razziale.

L’obiettivo del laboratorio è di creare un’occasione di socializzazione dove, in un ambiente familiare, i ragazzi coinvolti possano sentirsi accolti e contemporaneamente migliorare la lingua, confrontandosi con un testo da leggere, capire e imparare. Ma più di tutto mi ha incuriosito quello che mi ha detto la mia amica: «Devi venire! Giulietta è bravissima e durante le prove c’è un’aria magica. C’è tanto entusiasmo!». E forse, a questo punto, riuscirò anche a vedere qualcosa — penso -  mentre, mappa alla mano, cerco l’indirizzo giusto.

Ce l’ho quasi fatta. Nel senso che ho trovato quartiere e parcheggio, ma non ancora la via. Così, percorro questo sorprendente intrico di sensi unici, di sampietrini malmessi, sporcizia, ristoranti con veranda, profumo di pane appena sfornato ed edifici decadenti, botteghe anni ’50 e internet point. Un branco di sghignazzanti uomini dell’est Europa muniti di bottiglie di birra mi taglia la strada; a destra un gruppo di nordafricani siede sul marciapiede, fumando e osservando i passanti di sottecchi; dall’altra parte, un pazzo declama parole insensate alle auto di passaggio.

Aumento il passo, mentre glisso testardamente sulla sensazione di disagio che mi sta salendo su da chissà  dove, finché non incrocio via Volturno e un gruppo di turisti nordeuropei vestiti da safari, rincorsi rumorosamente dai loro trolley ultramoderni. Un senso di sollievo sostituisce il disagio, chissà  perché.

Eccolo là , il Volturno Occupato, il teatro delle prove. Raggiungo Marzia che è quasi tempo di pausa. «C’è più tensione rispetto alle prime prove» sussurra la mia amica accogliendomi, «ma non è tensione negativa… sono concentrati, mancano poche settimane alla prima!». Mi seggo accanto a lei giusto in tempo per sentire il coro delle donne: «Noi donne siamo la razza più infelice, non vogliamo più piangere!». Fanno impressione quelle parole pronunciate da quelle bocche, come se ogni attrice attingesse ad un vissuto personale, per sostenere quel grido.

Poi, una delle registe chiama la pausa e ci raggiunge. Magda Mercatali è una bella donna dai capelli rossissimi:«Sta capitando di tutto» si sfoga. «Romeo è tornato in Perù, la mamma di Giulietta è rimasta incinta e ha le nausee…». àˆ un vulcano in eruzione: ci racconta anche delle risate, dell’amicizia e dell’impegno, della leggerezza che finalmente ha toccato la vita di questi migranti, molti dei quali hanno storie terribili alle spalle, soprattutto le donne.

Mi guardo intorno… forse, è la prima volta che vedo così tante etnie concentrate in pochi metri quadrati di spazio. Guardo gli attori: c’è una levità  nel modo con cui si relazionano l’uno con l’altra, una curiosità , anche verso di noi, che è esperienza rara. E poi, c’è la scena. «Oh, Romeo, Romeo perché sei tu, Romeo?». Quanto valore ha quel “tu” pronunciato in questo contesto.

Magda elogia Giulietta, dicendole che anche Strehler avrebbe apprezzato la sua recitazione, per quelle pause messe al punto giusto, tanto rare nelle attrici italiane. Sul palcoscenico escono le fragilità , gli slanci dell’anima, la passione, le timidezze. Quelle cose che ci rendono semplicemente uomini e donne. Qui e ora, le differenze non sono ostacolo, tutt’altro. Giulietta e Romeo in chiave multiculturale parla di “loro” e del loro rischio di esclusione, e di “noi”, della nostra diffidenza e paura verso il diverso.

Penso alla mia camminata nel quartiere e alla paura che mio malgrado ho provato. Forse, fuori cambia se prima cambiamo dentro. E poi, penso a Shakespeare. Non se la prenderà  il Bardo se la pronuncia non è perfetta, se la trama è semplificata, se è stato stravolto tutto tranne che la ragione per cui la sua storia d’amore resta eterna. Sicuramente, lui apprezzerebbe l’idea di contribuire a compensare i 18 attori attraverso un progetto che potete trovare sul sito di Eppela.

Tamara Pastorelli, Città  Nuova, 05.06.2013

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