Enciclica “Lumen fidei”

L’enciclica di papa Francesco “Lumen fidei” riprende il lavoro preparatorio di Benedetto XVI sulla fede ed apre a tutti gli uomini la possibilità  di una ricerca e di un viaggio alla scoperta dell’amore di Dio. Aperta, dialogante, umile e rispettosa rischiara i travagli e i dolori dell’umanità 

Illuminante e illuminata. Per tutti. Aperta, dialogante, umile, profondamente rispettosa. Così mi appare la prima enciclica di papa Francesco: «Lumen fidei», la luce della fede, promulgata oggi. Il documento, preparato da Benedetto XVI, è stato pubblicato dal suo successore con l’aggiunta di una breve introduzione che ne spiega la genesi e la collega all’Anno della fede e al 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II che «ha fatto brillare la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo così le vie dell’uomo contemporaneo. In questo modo è apparso come la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni» (6).

Benedetto XVI, alla conclusione del suo ministero e magistero, sembra regalarci un testamento, consegnandoci gli appunti essenziali, ultimi, di un viaggio dentro la ricerca dell’amore, della verità , dell’unità  e del bene comune che rende fratelli tutti gli uomini qualunque sia il loro credo o convinzione.

Egli contempla la luce della fede da dentro il cuore dell’uomo, lì dove «il desiderio della visione del tutto, e non solo dei frammenti della storia, rimane presente e si compirà  alla fine, quando l’uomo, vedrà  e amerà . E questo, non perché sarà  capace di possedere tutta la luce, che sempre sarà  inesauribile, ma perché entrerà , tutto intero, nella luce» (33).

Entrare tutti interi e insieme nella luce. Qual è la via? Credere all’amore di un Dio che in Gesù «apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare. Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne, e così la sua visione del Padre è avvenuta anche in modo umano, attraverso un cammino e un percorso nel tempo» (18).

Questa visione del Padre va comunicata con amore e cresce nel dialogo con tutti: «Essendo la verità  di un amore, non è verità  che s’imponga con la violenza, non è verità  che schiaccia il singolo. Nascendo dall’amore può arrivare al cuore, al centro personale di ogni uomo. Risulta chiaro così che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro» (34).

La luce della fede, poi, non è un dono esclusivo dei cristiani o dei credenti: «Poiché la fede si configura come via, essa riguarda anche la via degli uomini che, pur non credendo, desiderano credere e non cessano di cercare. Nella misura in cui si aprono all’amore con cuore sincero e si mettono in cammino con quella luce che riescono a cogliere, già  vivono, senza saperlo, nella strada verso la fede» (35).

Ci sono, infatti, un’attesa e una incompiutezza comune a tutti: «La fede per sua natura chiede di rinunciare al possesso immediato che la visione sembra offrire, è un invito ad aprirsi verso la fonte della luce, rispettando il mistero proprio di un Volto che intende rivelarsi in modo personale e a tempo opportuno» (13).

La luce della fede ha come fine l’unità , dono di Dio e frutto dell’amore fraterno: «Nel procedere della storia della salvezza, l’uomo scopre che Dio vuol far partecipare tutti, come fratelli, all’unica benedizione, che trova la sua pienezza in Gesù, affinché tutti diventino uno. L’amore inesauribile del Padre ci viene comunicato, in Gesù, anche attraverso la presenza del fratello. La fede ci insegna a vedere che in ogni uomo c’è una benedizione anche per me, che la luce del volto di Dio mi illumina attraverso il volto del fratello» (54).

La fede, infine, fa anche del dolore una via per entrare nella luce: «Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare un atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore. Contemplando l’unione di Cristo con il Padre, anche nel momento della sofferenza più grande sulla croce (cfr. Mc 15,34), il cristiano impara a partecipare allo sguardo stesso di Gesù. Perfino la morte risulta illuminata e può essere vissuta come l’ultima chiamata della fede […] All’uomo che soffre Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce» (56-57).

Non resta che ringraziare dal più profondo del cuore papa Francesco e Benedetto XVI che ci hanno donato una perla preziosa e unica, segno concreto di comunione e di una fede vissuta non da soli ma insieme.

di Paolo Monaco, Città  Nuova, 05.07.2013


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