Pitture “eterne” al Campo Verano

Una visita al primo cimitero monumentale della capitale. Alla scoperta di un artista molto particolare per la sua tecnica pittorica insuperata

verano_ingresso_principaleTra i cimiteri italiani, quello situato nel quartiere Tiburtino, a Roma, è comunemente detto del Verano, ma il suo nome ufficiale è “cimitero comunale monumentale Campo Verano” (dall’antico campo dei Verani, gens senatoria ai tempi della repubblica romana). Primo luogo di sepoltura ad essere edificato nella capitale con criteri moderni durante il regno napoleonico del 1805-1814, la sua costruzione venne proseguita sotto i pontificati di Gregorio XVI e di Pio IX, con successivi ampliamenti fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Di inestimabile valore sotto il profilo storico-artistico-culturale per il periodo dalla metà dell’Ottocento sino a tutto il Novecento, il Verano venne colpito nel primo bombardamento di Roma (quello del 19 luglio 1943, di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario) insieme al quartiere e allo scalo ferroviario di San Lorenzo e alla vicina omonima basilica. Danneggiati il Quadriportico, il Pincetto, il Sacrario militare, il deposito comunale dei servizi funebri e numerose tombe illustri, tra cui quella dell’attore Petrolini e dei Pacelli, la famiglia del papa regnante Pio XII.

Di questo immenso museo all’aperto comprendente tutti gli stili possibili e immaginabili, vorrei illustrare – elemento unico nell’ambito dei complessi cimiteriali italiani – la produzione di un pittore ottocentesco, Filippo Severati, autore di oltre duecentocinquanta ritratti di defunti nella parte più antica del Verano: ritratti (questa la particolarità!) realizzati in smalto su pietra lavica secondo una tecnica capace di renderli inalterabili pur essendo esposti agli agenti atmosferici. Non era stato lui ad inventarla, ma il primo ad averla utilizzata estensivamente all’aperto, secondo una “ricetta” il cui segreto portò con sé nella tomba, tant’è che nessuno dopo riuscì a raggiungere gli stessi risultati.

Naturalmente il primo ritratto, nel 1863, fu quello dello stesso Severati, il quale si autoraffigurò sulla tomba di famiglia con la tavolozza in mano accanto al ritratto dei genitori. Alla base, a guisa di cartello pubblicitario, si legge l’iscrizione: «Primo ritratto eseguito in Roma in ismalto sopra lava. Tal genere di pittura è utile per la durata, si può unire alla scultura». L’artista si riferiva ad una tecnica applicabile sia su porcellana – e infatti venne insignito del titolo di “porcellanista” da papa Pio IX – sia su un supporto di pietra lavica, preparato con una stesura bianca. La cottura in forno a legna assicurava resistenza e durevolezza, come nel caso della ceramica.

È difficile sottrarsi alla suggestione che promanano questi ritratti di anziani e di giovani, di coppie di coniugi e di fanciulli, che negli abbigliamenti e nelle posture offrono un ricco campionario della società borghese ottocentesca di cui facevano parte. Sorprendenti per la precisione fotografica con cui sono riprodotti, loro volti ci guardano dai tondi e ovali dipinti con una compostezza e una nobiltà che ricordano l’arte di Raffaello, i particolari delle cui Stanze non a caso Severati disegnò e incise per l’editore Brognoli nel 1860. Immagini vive nei colori e dalle quali il pensiero della morte sembra lontano, ma anche ritratti “d’anima”, talché è possibile immaginare di ciascun soggetto i caratteri, le doti morali, i tic, contrastano per la loro freschezza “inalterabile” in mezzo alle non poche tombe monumentali del Verano abbandonate al degrado. Davvero sembra che la materia di cui sono formate riesca a trasmettere un barlume di quell’eternità a cui ambivano i committenti.

di Oreste Paliotti – novembre 2013

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