Nella Roma dei Flavi

L’impronta indelebile data da una dinastia atipica alla storia della Città Eterna

Vedi il Colosseo, la costruzione più importante realizzata dalla dinastia dei Flavi e il simbolo stesso della Roma imperiale, e il pensiero va a Vespasiano che lo iniziò e al figlio Tito che lo concluse e inaugurò. Vedi – o meglio immagini, non tanto dai resti che si vanno riportando alla luce, quanto dalle ricostruzioni virtuali – il Tempio della pace, altra meraviglia ricca di opere d’arte, e ancora torni col pensiero a Vespasiano, il quale fra l’altro ristrutturò il Campidoglio devastato da un incendio e ridisegnò il perimetro della città.

Sosti davanti all’Arco di Tito, e stavolta ti viene in mente Domiziano, l’ultimo dei Flavi, che lo eresse in onore del fratello morto prematuramente. Quel Domiziano che, invaso da una vera smania edilizia e celebrativa, fa costruire, ricostruire o ampliare una miriade di edifici ora scomparsi o scarsamente emergenti nel tessuto della Roma attuale: dalle caserme dei gladiatori al Palazzo imperiale sul Palatino, dal cosiddetto Foro Transitorio allo stadio che da lui prende il nome (ora piazza Navona), dal tempio dedicato al padre e al fratello divinizzati alla gigantesca statua equestre bronzea che lo rappresenta nel primo e più venerando Foro.

Tre imperatori, un padre e due figli, che dal 69 al 96 d.C. cambiarono il volto della Città Eterna e diedero un nuovo assetto all’impero. Tipi decisi e pratici, abituati al comando, da quanto si può giudicare dalle loro statue che li raffigurano membruti e con teste massicce dalle labbra sottili.

Ma chi era il capostipite di questa dinastia atipica che preparò l’avvento di un’altra dinastia, quella degli Antonini? Nativo di un rustico villaggio dell’alta Sabina, Tito Flavio Vespasiano aveva origini modeste, figlio di un esattore delle tasse in Asia e poi banchiere in Svizzera. Dopo le guerre civili seguite alla morte violenta di Nerone, la nomina a imperatore di questo plebeo che si era tuttavia segnalato come soldato in Britannia e in Giudea, fu un vero evento.

A lui si riconoscono le virtù morali tipiche dei sabini (c’era addirittura chi si fingeva appartenente a quel popolo per trovare più facilmente un impiego): austerità di costumi, pragmatismo non disgiunto da autoironia, disinteresse personale unito a dedizione alla cosa pubblica. Proprio ciò che occorreva per salvare l’impero dall’abisso in cui era caduto dopo le follie neroniane e i successivi conflitti che avevano lacerato la compagine sociale.

Riesce infatti a risanare, grazie ad una sistematica politica fiscale in Italia e nelle province, le esauste finanze dello Stato (l’ammanco, dovuto alla disinvolta gestione di Nerone, era di 40 miliardi di sesterzi, una cifra inaudita!). Parallelamente, attraverso la registrazione catastale dell’impero, l’estensione del diritto di cittadinanza latino e la creazione di nuove città “romane” nelle province, intensifica le relazioni tra il centro del potere e la periferia dell’impero, al fine di rendere questo più stabile.

Certo, va anche detto che Vespasiano fu un sovrano assoluto, il quale non esitò a spargere sangue pur di raggiungere i propri fini. Sempre migliore però del figlio Domiziano, crudelissimo e dissoluto quant’altri mai (non per niente morì vittima di una congiura). Quanto a Tito, definito “delizia del genere umano” per la sua onestà, gentilezza e umanità, rallegrò solo per due anni i suoi sudditi alla morte del padre. Fu lui a soccorrere le popolazioni campane funestate dall’eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C. E comunque “delizia” certamente non fu per il popolo giudeo: sotto il suo principato, infatti, avvenne l’assedio di Gerusalemme con l’orrendo massacro dei suoi abitanti e la distruzione del Tempio.

Ma torniamo a Vespasiano. Lavoratore instancabile al servizio dell’impero, sobrio, taccagno, amante dei banchetti ma non del lusso e delle cerimonie di corte, incline ad un umorismo scurrile, quando accusa i primi sintomi della malattia che lo condurrà alla morte, se ne esce in una battuta: «Ah! Mi sa che sto per diventare un dio!».

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