All’ombra della Piramide Cestia

Itinerari letterari

di Oreste Paliotti

In visita al cimitero acattolico di Roma, ultimo approdo del mozzo che scrisse un “classico” delle letteratura marinaresca

Candida nel suo marmo di Carrara, emerge più che per metà dalle impalcature dei restauri finanziati da un imprenditore giapponese. La famosa Piramide Cestia  presso la Porta Ostiense sembra tornata quella degli inizi del I secolo dopo Cristo, quando il facoltoso Caio Cestio Epulone (niente a che fare col “ricco epulone” della parabola!) la fece innalzare come proprio sepolcro in soli 330 giorni. Riprodotta infinite volte dagli artisti del Grand Tour, si offre oggi con i suoi oltre 36 metri di altezza allo sguardo ammirato dei turisti e a quello più indifferente dei romani. Non molti dei quali sanno che, all’ombra del celebre monumento, e protetto dalle Mura Aureliane che lo inglobano, c’è un sito unico a Roma, un’oasi di verde e di pace non turbata dai rumori del non lontano traffico veicolare: è il Cimitero acattolico, da molti considerato tra i più belli e suggestivi del mondo.

Le sue origini risalgono alla seconda metà del 1700 per la necessità di assicurare, agli stranieri di fede non cattolica residenti a Roma, un distinto luogo di sepoltura (oggi però essa è consentita anche ai cattolici in tombe appartenenti a familiari di diversa confessione). Tra i monumenti sepolcrali e le lapidi redatte nelle più svariate lingue prendono il sole e passeggiano indisturbati gatti di non comune stazza: anch’essi conferiscono un tratto particolare a questo piccolo cimitero la cui custodia e gestione è affidata a rappresentanze straniere in Italia.

Qui fra pini e cipressi, mirti e allori, cespi di rose e di camelie, quasi quattromila persone dormono l’ultimo sonno: sono inglesi e tedeschi per lo più, ma anche molti americani e scandinavi, russi e greci e d’altri Paesi, perfino qualche cinese e mediorientale. Molti i nomi illustri: i poeti inglesi John Keats e Percy Shelley, il figlio di Goethe August, la figlia di Tolstoj Tatiana, il principe  Felix Yussupoff, padre di uno degli assassini di Rasputin, gli attori Edmund Purdom e Belinda Lee, lo storico norvegese Peter Andreas Munch… Tra gli italiani: Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda, Antonio Labriola, il fisico nucleare Brino Pontecorvo, la scrittrice Luce D’Eramo… E non si finirebbe più.

Ogni nome una vita, una storia non banale da raccontare. Come quella di Richard Henry Dana, marinaio e scrittore vissuto nel XIX secolo. La sua tomba è la 68 della “zona prima”, secondo la mappa del cimitero. Come è arrivato ad essere sepolto qui questo americano di Cambridge, Massachusetts?  Lo saprete se avrete la pazienza di seguirmi.

Intanto, va detto che nei Paesi di cultura anglosassone Dana è annoverato tra quegli autori “classici” che tutti conoscono, almeno per sentito dire. Due anni a prora, il libro che gli ha dato fama e assicurato un posto di primo piano nell’ambito della letteratura marinaresca, figura in ogni biblioteca che si rispetti di quei Paesi. Da noi invece questo nome e questo titolo dicono poco o nulla, ed è un vero peccato perché si tratta di un’opera di grande valore sia da sotto l’aspetto letterario che come testimonianza.

Singolare è la vicenda di questo personaggio. Nato nel 1815 in una famiglia tra le più prestigiose del New England i cui membri avevano esercitato le professioni di avvocato, giudice o ambasciatore, s’indirizzò pure lui all’avvocatura. Frequentava l’Università di Harvard quando nel 1833 dovette sospendere gli studi per gravi problemi agli occhi, conseguenza di un morbillo.

Davanti alla prospettiva di non poter leggere per lunghi mesi, maturò allora la decisione di intraprendere una nuova esperienza per sfuggire alle difficoltà del presente. Incoraggiato dal padre, volle quindi imbarcarsi come marinaio semplice sul Pilgrim, un brigantino che faceva cabotaggio fra Boston e la costa californiana via Capo Horn. A bordo prima di questo veliero e poi dell’Alert, il giovane Dana trascorse quei due anni di navigazione (1834-1836) che avrebbero costituito la materia prima per la sua opera letteraria.

Una volta sbarcato, riprese gli studi e nel 1839 aprì uno studio legale a Boston. Studio che, si diceva, «puzzava come un locale di prua di un veliero», così numerose erano le cause di marinai da lui patrocinate. E intanto lavorava alla stesura del suo libro, che vide la luce nel 1840. Non era la prima volta che un autore americano si cimentava in avventure marinaresche (basti pensare al Fenimore Cooper de Il pilota e de Il corsaro rosso), ma nessuno prima di lui aveva fornito un resoconto così vibrante e dettagliato della vita condotta a bordo di una nave. Vita così dura e sacrificata che era luogo comune, fra i marinai, asserire che nell’aldilà Dio avrebbe trattato certamente con indulgenza anche i meno devoti fra loro. Ciò che però rendeva questo tipo di esistenza, se non un inferno, almeno un purgatorio in terra, era più che altro l’autorità assoluta del capitano, non di rado autore di gesti crudeli e ingiustificati nei riguardi dei suoi subalterni. Fu appunto una scena terribile di fustigazione a bordo che convinse il retto e altruista Dana a votare la sua vita ad alleviare le pene dei marinai.

Due anni a prora è una fresca, magistrale, anche poetica descrizione della durissima e rischiosa vita del marinaio sui velieri commerciali, colta dal di dentro. È l’iniziazione alla vita di un mozzo diciannovenne che dopo un’esperienza del genere tocca terra completamente trasformato. La “prora” citata nel titolo costituiva infatti, nella marina velica dell’epoca, l’alloggio dei marinai semplici, mentre capitano e ufficiali avevano le loro cabine  a poppa.

Il libro ottenne fin dal suo apparire un enorme successo di pubblico sia in America che in Inghilterra; fra l’altro, a Liverpool, in una sola giornata ne furono vendute duemila copie ad altrettanti marinai. La casa editrice Harper & Brothers fece guadagni favolosi; non così l’autore, cui toccarono solo… 250 dollari! Importava però che il libro, brani del quale vennero letti pubblicamente in Inghilterra perfino alla camera dei Pari, contribuì effettivamente a migliorare le condizioni degli uomini di mare.

In seguito Dana scrisse una sorta di manuale tecnico per marinai ed un paio di resoconti di viaggio, ma in sostanza egli rimane autore di un unico libro, per giunta diventato un modello per quanti si sono dedicati alla lettura marinaresca: ad esso si sarebbe ispirato, tra gli altri, Melville per il suo Moby Dick.

Nel 1850 Dana tornò alla ribalta per le sue appassionate difese degli schiavi fuggiti e per il tentativo di intraprendere la carriera politica. Un uomo colto, onesto, laborioso e di saldi princìpi come lui avrebbe meritato di diventare presidente degli Stati Uniti, ma alieno da maneggi ritornò nell’ombra. Oppresso da un senso di fallimento, in vecchiaia rimpianse di aver lasciato il mare. Lo stesso libro che gli aveva dato fama dovette sembrargli un’opera giovanile (immatura?), da cui forse si sentiva distante.

Negli ultimi quattro anni lo troviamo qui a Roma a occuparsi di diritto internazionale e impegnato nella stesura di un trattato che però non riuscì a portare a termine, assorbito com’era dallo studio delle bellezze della Città Eterna, in una sorta di “navigazione” d’altro genere. In effetti Roma fu il suo ultimo porto: colpito da polmonite, morì nel 1882 e venne sepolto in questo cimitero da lui definito «un luogo nel quale uno desidererebbe riposare per sempre».

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