E DOPO TRENTO… ROMA!/2

(1948-1965)

di Oreste Paliotti

Se Trento è stata la “culla” dei Focolari, la tappa successiva, quella della “presentazione al Tempio” per così dire, non poteva essere che Roma. Per la sua vocazione cosmopolita, la Città Eterna costituiva il necessario trampolino di lancio per l’espansione mondiale del Movimento; e quale centro della cristianità doveva dare il suggello della gerarchia ecclesiastica a questa nuova opera sorta in seno alla Chiesa. Quelli che ora andiamo a scorrere in sintesi sono appunto gli anni “eroici” in cui l’ideale dell’unità ha messo radici nella Città Eterna. In questa seconda puntata passiamo in rassegna il 1949

1949. All’ombra del Cupolone

Il 1949 non porta purtroppo alla nazione il sospirato boom economico, anzi registra 400 mila disoccupati in più. Roma è piena di poveracci, di barboni spesso accampati tra le rovine della passata gloria: una vista che stringe il cuore a Chiara, suggerendole come dev’essere la povertà vissuta dai suoi seguaci: quella evangelica del distacco che chiama il “centuplo”.

È’ l’anno pure in cui si va affermando il cinema neorealista, dell’ingresso ufficiale dell’Italia nella Nato, dei nuovi “eroi” (questa volta pacifici) a due ruote: Coppi e Bartali. E a proposito di sport: sconvolge gli animi la tragedia del Torino, la mitica squadra di calcio precipitata il 4 maggio sul colle di Superga con l’aereo che la riportava da una partita amichevole in Portogallo.

Mentre nel campo laico ed anche ecclesiale il Paese pullula di persone che sembrano possedere il brevetto per la rinascita dell’Italia, Giordani non sta con le mani in mano: la sua partecipazione ai Focolari apre alle focolarine ambienti nuovi e suscita altre adesioni.

Ormai Chiara con le sue compagne abita per la maggior parte dell’anno a Roma, per cui il centro del Movimento può dirsi spostato “all’ombra del Cupolone”. E il loro ideale continua a far breccia nel cuore di molti, dei più vari ambienti. Tra l’altro, capita di annunciarlo ad un gruppo in via Napoleone III, senza sapere che si tratta di persone dedite a sedute spiritiche. Ce n’è davvero per tutti i gusti!

Un’idea del tipo di umanità con cui hanno a che fare ce la danno queste considerazioni sul popolo romano dell’epoca, fornite da quel finissimo letterato che è l’autore di Cristo si è fermato a Eboli: Carlo Levi. Al popolo «semplice e fiero e nobile e liberamente scettico degli artigiani e dai mercanti», il cui valore fondamentale è «il coraggio di esistere», fa riscontro, lontano dal bellissimo centro storico, «un altro popolo, misto di gente di ogni parte d’Italia. Nei mostruosi quartieri popolari moderni, fuori Porta San Giovanni o piazza Bologna o in fondo a via Nomentana, negli anonimi alveari costruiti dal sadismo architettonico degli anni imperiali, anche il popolo perde i suoi caratteri, la sua sicurezza, la sua figura, il contatto e la somiglianza con le case, e sfuma in una plebe indeterminata e sempre più povera; fino alla miseria della cintura di Roma, ai topi della Garbatella, ai pozzi della nebbia di Primavalle, ai villaggi di catapecchie, ai tuguri, alle grotte del viale Tiziano e degli Acquedotti». E conclude: «Anche questa è Roma, anche se sembra un altro mondo».

Per tornare alla nostra storia, a Giosi, fra l’altro, capita di parlare in una cantina ai ragazzi piuttosto vivaci di un certo don Gian Pecoraro: “cristiani per il comunismo” sono chiamati, un gruppo nato da poco e che avrà vita breve. E che dire degli interventi di Graziella in sale strapiene, che terminano giusto in tempo per precipitarsi all’incontro successivo, magari accompagnata sul tram (la “circolare rossa”) da chi desidera sentirla ancora?

«Una volta – racconta – fui invitata a parlare presso la parrocchia di Cristo Re. Riuscivo a vedere davanti a me solo un mare di preti in veste talare, frati in tonaca e suore che mi guardavano attraverso veli e soggoli!  E io ero là, una ragazza di ventitré anni con due lunghe trecce, venuta a parlare a tutti quei preti, frati e suore. Era uno scandalo, per quei tempi! Comunque parlai per tre ore, senza appunti».

Tutti i pomeriggi liberi dal lavoro lei li impiega passando da un incontro all’altro: in via Sicilia, col cappuccino padre Bonaventura già conosciuto a Trento; a casa della professoressa di filosofia Ornella Nobile Ventura, ai Parioli; dai servi di Maria di San Marcello al Corso, con un gruppo di teologi fra cui spicca padre Roschini, noto mariologo; e dopo il febbraio del ’50, dai domenicani di piazza della Minerva, dove c’è padre Valentino Ferrari.

Delle persone contattate si sono formati due gruppi, che Graziella riunisce regolarmente in casa di Elena Veroj sul Lungotevere delle Armi al n. 24: dal più “fervente” fioriranno varie vocazioni al focolare: l’ingegner Giulio Marchesi(Cucciolo), dirigente della Romana Gas, l’architetto Antonio Petrilli, Marisa Cerini, Renata Borlone, Guido Mirti (Cengia), Enzo Fondi, allora studente di medicina pieno di idealità, Ada Ungaro (Fiore) ed altri…

Ed è ancora Graziella ad incontrarsi ogni giovedì, nella sala del Transatlantico a Montecitorio, con un crocchio di deputati amici di Giordani, fra cui Roselli, Montini, Bazoli, Fadda, Helfer, Salizzoni, Pacati, Ambrico…

Un problema ancora irrisolto è tuttavia quello della casa: non è possibile restare ospiti indefinitamente degli Alvino mentre dai più vari ambienti fioccano le richieste di approfondire lo spirito dell’unità. Padre Veuthey segnala un alloggio: l’affitto è di 40 mila lire al mese. Ma dove trovare una cifra così alta? A questo punto, a Trento, la provvidenza interviene nelle vesti di Irma: prossima alle nozze, vuole offrire per il futuro focolare romano la cifra messa da parte per i mobili della sua casa di sposa. Senonché mons. De Ferrari, a cui Chiara ha chiesto consiglio, per saggiare l’obbedienza delle focolarine si dichiara contrario a «buttar via così tanti soldi in quel modo».

Pronte a rinunciare al loro progetto, tornano a Roma dove fanno conoscenza – è ancora Silvana a raccontare – «con un giovane professore, Salvino Aliquò, e sua sorella Stella; e loro subito ci dicono che hanno un appartamento in periferia, che la famiglia non usa e quindi, finché poteva bastare per noi, potevamo usarlo e naturalmente senza pagare». Per la precisione, si tratta di tre stanze messe a disposizione da Tommasa, sorella di Stella, nel popolare quartiere della Garbatella, nei pressi di San Paolo fuori le Mura. Ma non anticipiamo i tempi.

Un’estate memorabile. Arriva anche Pasquale Foresi

Non solo per le fatiche apostoliche a Roma, nel Lazio e in Sardegna (compresa una puntata a Napoli per contattare suor Elvira Nannarone che si fa chiamare Abscondita, una religiosa collegata col movimento di padre Veuthey), ma anche per il clima romano cui non è abituata, all’avvicinarsi dell’estate Chiara viene consigliata da un medico di andare a riposarsi sulle sue montagne. Provvidenziale giunge la disponibilità, nella valle di Primiero, di una baita che Lia Brunet ha ereditato da una sua cugina.

Prima però, un ultimo incontro con alcuni – sposati e non sposati – che costituiranno il primo anello della comunità romana. Sono Elena Alvino, Elena Veroj, Ferruccio Bove, Marino Fornari, Paolina Morani e Marisa Cerini. Chiara chiama questo gruppetto “Unità Gesù”.

Alla partenza da Roma ai primi di luglio, il manifesto di un film musicale americano rimane impresso nelle focolarine come un presagio: In montagna ti rapirò. In effetti, per il piccolo gruppo ritiratosi a Tonadico, questa estate  – nota come “Paradiso ’49” – rimarrà nella storia del Movimento come un periodo di unione tutta speciale con Dio e di grazie singolari di luce. Ma Chiara capisce, durante un colloquio con Giordani, di non potersi fermare sul Tabor: deve andare incontro a Gesù Abbandonato che l’attende nell’umanità sofferente. E allora, non senza dolore, lascia ai primi di settembre le montagne del Trentino, suggellando la sua scelta di lui col noto scritto il cui incipit è: «Ho un solo Sposo sulla terra…».

Dopo quel soggiorno di due mesi sulle Dolomiti – primo di una serie di appuntamenti estivi annuali chiamati poi “Mariapoli” –, l’Urbe, la sua missione nel mondo di ponte verso l’universalità, è sempre più nel cuore di lei, che sogna una Roma che non viva per sé, ma si faccia coinvolgere nell’avventura dell’unità. Ma l’immagine desolante che presenta la capitale in questi anni di faticoso ritorno alla normalità è ancora lontana da tale disegno. Urge per essa una vera rinascita. «Gesù va risuscitato nella Città Eterna ed immesso dovunque. È la Vita e la Vita completa. Non è solo un fatto religioso…»: questi e simili concetti scrive in un articolo intitolato appunto “Risurrezione di Roma”: appare sul numero di ottobre de La Via, rivista diretta da Giordani e di cui è proprietario il commendator Alvino, ormai definitosi “primo consigliere di Chiara”..

Altri suoi scritti appaiono sullo stesso periodico: sono commenti alla Scrittura, che stimolano non tanto lo studio quanto la traduzione in vita della Parola di Dio, come ricorda Enzo Fondi: «Appena uno aveva conosciuto il Movimento, e perciò questo Vangelo vissuto così, la prima cosa che ti domandavano era, adesso, il giorno dopo: racconta le tue esperienze della Parola. Appena conosciuto! Era non solo importante contemplare questa luce, questa verità, questa bellezza, ma già viverla, metterla in pratica. E poi, appunto, comunicare questa vita agli altri».

Altri fatti di rilievo: il 28 ottobre, per rispondere a un desiderio dell’arcivescovo di Trento, Chiara gli invia una statistica dei membri interni ed esterni del Movimento: «Sono certa però che sulla terra non sapremo mai il numero esatto d’anime illuminate e riscaldate dal fuoco dell’Amore di Gesù fra noi. In Paradiso sì». Inoltre, dopo l’inchiesta promossa da mons. De Ferrari nel 1947 e la decisione di distinguere il Focolare dal Terz’Ordine Cappuccino, viene nominato un assistente del Movimento per Trento nella persona di mons. Modesto Revolti.

E finalmente, l’8 dicembre, in un agglomerato di case popolari in piazza Oderico da Pordenone n. 1 int. 4,  nasce il primo focolare della capitale con Chiara, Giosi, Graziella e Marilen, presenti anche – seppure non in modo stabile –, Vale e Lia. Nel ’50 si aggiungerà Gisella Calliari (Gis), che farà da segretaria all’on. Giordani: questa la scusa per avere dalla mamma il permesso di partire da casa. «L’appartamento della Garbatella – scrive Maria Caterina Atzori – è molto povero: entrandovi per la prima volta le pope vi trovano tre o quattro letti mezzo sgangherati, una sala molto spoglia con un pianoforte pieno di polvere e di ragnatele, un tavolo, una lampadina tenuta su da uno spago; cercano subito di pulirlo il più possibile, aiutate dall’amore della comunità romana».

Il focolare «diventa presto un vero e proprio punto di attrazione per tanta gente. Vi arrivano giovani e meno giovani, seminaristi, sacerdoti, signore, signori, sposati e non sposati. Anche il deputato Igino Giordani – divenuto ormai “Foco” – è di casa. Come pure Antonio Petrilli. Si incomincia a prendere l’abitudine di andare a messa tutti insieme. Tutti sono attratti da quell’Ideale che Chiara continua a raccontare. Tant’è che nessuno va via da quell’appartamento, neppure all’ora di cena. Allora si allunga con acqua e sale la minestra finché c’è per tutti. Non ci sono posate, ma uno mangia con la forchetta, uno col cucchiaino, uno nella tazza, uno nel piatto… Si cena con Chiara; e lei, senza risparmiarsi e quasi dimenticandosi di mangiare, continua a dare l’Ideale anche durante le cene. Considerata la necessità, viene chiamata da Trento Marilen Holzhauser, che si occuperà della casa e di far da mangiare».

Specialissimo il Natale del 1949. Basti pensare che alla vigilia papa Pacelli ha inaugurato l’Anno Santo, il 24° ordinario nella storia della Chiesa e il primo dopo la guerra. È’ il Giubileo dell’espiazione e della pace, che vedrà accorrere a Roma 4 milioni di pellegrini: fra gli altri, molti religiosi che, soggiornando presso le loro case madri, vengono a conoscere la spiritualità focolarina tramite qualche compagno di comunità.

Chiara però trascorre le festività natalizie a Trento, dove assieme al gruppo di quanti hanno iniziato con lei il Movimento sono invitati anche gli ultimi arrivati, per conoscere la comunità nata da questo piccolo seme. Tra i giovani che le fanno corona, desiderosi di vivere l’avventura dell’unità, spicca un nuovo volto: quello di Pasquale, vent’anni, di agiata famiglia pistoiese (il padre è quel Foresi deputato al Parlamento italiano, amico di Giordani), che dopo aver studiato filosofia per un biennio presso il seminario della sua diocesi era andato in crisi con le strutture della Chiesa; finché ai primi di dicembre ’49, incontrata Graziella a Pistoia, era rimasto sconvolto dall’autenticità evangelica della sua testimonianza.

Alla compagnia così riunita nella “casetta Foco” – una modesta casa rustica a due piani con un giardinetto abbellito da alcuni pini, ora demolita – Chiara comunica la particolarissima esperienza vissuta a Tonadico insieme ad altri. In un’atmosfera speciale, sacra, che tocca profondamente i presenti: non ultimo il giovane Pasquale. «C’era un tale ardore in quello che Chiara diceva – rievoca –, con quel suo modo così semplice e limpido, che il mio cuore e la mia mente ne furono tutti colmati. Non posso ricordare ogni singola parola, ma non trovo esagerato dire che mi sentii in Paradiso». E da lei sollecitato a esprimersi su quanto udito, gli esce spontaneo: «In questo ideale vedo realizzato il Corpo mistico di Cristo». Come Giordani, anche Foresi svolgerà un ruolo di primo piano nell’ambito dei Focolari.

Visitando la Roma di Chiara: un itinerario

Via PoliIn questa traversa di via del Tritone, al n. 29, c’era la redazione de La Via, altra rivista diretta da Giordani, che ambiva a vivificare le varie espressioni della vita civile col divino. Era stata fondata dal commendator Luigi Alvino e per cinque anni da lui finanziata. Su questo periodico, il cui primo numero uscì il 29 gennaio 1949, sua moglie Elena (Frate Jacopa) scrisse bellissimi articoli. Richiesta da Foco di dare un giudizio della nuova rivista, Chiara gli rispose in una lettera del 7 ottobre di quell’anno: «È “la via” ma non lascia intravvedere “la Via”. Tempo fa rispondeva meglio allo scopo. Ci si intravvedeva una linfa nuova che tendeva ad informare politica e scienza ed arte. Ora s’è persa per viottoli e sentieri più o meno buoni che tendono sì alla moralizzazione d’ogni cosa, ad un bene e ad un’onestà più concreta… ma non ha un indirizzo proprio unificatore e deciso» e via dicendo. E Foco: «Era vero, perché il direttore – lo scrivente – cercava di amalgamare le varie correnti che convergevano, spesso rissando, verso la Democrazia cristiana in politica». Sul numero dello stesso mese di ottobre apparve, a firma di Chiara, un memorabile articolo intitolato “Risurrezione di Roma”: la sua risposta all’immagine desolante che presentava la capitale nel dopoguerra. Vi si trovano, fra l’altro, questi concetti: «Gesù va risuscitato nella Città Eterna ed immesso dovunque. È la Vita e la Vita completa. Non è solo un fatto religioso…». Tra gli altri scritti di Chiara ospitati da La Via, i suoi commenti alle Parole di vita. E ancora Foco, a proposito della rivista: «Il primo maggio 1952, mentre nell’ufficio io scrivevo un articolo, Chiara si sedette accanto a me e disegnò il mio volto, con una precisione e luminosità, nella semplicità, da farmi restare stupefatto. Pensai ancora: se lei avesse avesse coltivato l’arte e la filosofia e la politica o qualunque altra disciplina, sarebbe riuscita magnificamente».

San Marcello al CorsoNel primo tratto di via del Corso, arrivando da piazza Venezia, si ammira a destra la facciata barocca di questa chiesa di antichissime origini (IV secolo), ma totalmente rifatta in epoca rinascimentale, ricca di importanti opere d’arte. È retta dai servi di Maria, che vi hanno anche la Curia generalizia del loro ordine. Qui già nel 1949 Graziella incontrò un gruppo di religiosi, fra cui padre Angelo Maria Roschini, che in seguito conobbe anche Chiara. I contatti con l’illustre mariologo e consultore del Santo Uffizio continuarono pure negli anni di studio del Movimento da parte della Chiesa.

GarbatellaA partire dall’8 dicembre del 1949 venne offerto a Chiara da Tommasa Aliquò un appartamentino di tre stanze nel popolare quartiere della Garbatella, nei pressi di San Paolo fuori le Mura. Fu il primo focolare della capitale, in piazza Oderico da Pordenone n. 1. Con Chiara, all’interno 4 del piano rialzato, abitavano Giosi e Graziella; presenti pure, anche se in modo non stabile, Vale (era a Rovereto come pied-à-terre), Lia e Gis. «L’appartamento della Garbatella – scrive Maria Caterina Atzori – diventa presto un vero e proprio punto di attrazione per tanta gente. Vi arrivano giovani e meno giovani, seminaristi, sacerdoti, signore, signori, sposati e non sposati».

San Francesco Saverio alla GarbatellaCon sede in via Daniele Comboni n. 4, è la parrocchia di questo rione (oggi parte dell’XI municipio) il cui nucleo “storico” fu realizzato tra gli anni Venti e Trenta. Come Chiara risolse con semplicità evangelica un problema al parroco di allora ce lo racconta Guido Mirti detto “Cengia”: «Quel sacerdote era desolato perché sentiva il peso delle cinquantamila persone che gli erano state affidate da Dio, ma era solo, senza nessun assistente a causa della mancanza di sacerdoti. Non sapeva come fare, anzi gli sembrava che anche la messa giornaliera non avesse attrattiva sulle persone, perché l’unica parrocchiana sempre presente era una vecchietta di settant’anni.

Chiara allora disse al parroco che Dio chiedeva a lui di amarlo con tutto il cuore, l’anima e le forze,  in ogni momento della giornata, e di non convertire le persone della parrocchia, ma di amare ognuno di loro che incontrava perché quello era il suo prossimo. Gesù aveva dato la sua vita per quei parrocchiani, quindi premevano molto di più a lui.

L’esperienza che stava dietro ad ogni parola di Chiara convinse quel sacerdote, che cominciò a salutare con amore la vecchietta che ogni giorno andava alla sua messa; si interessò di lei  e della sua famiglia, dicendole che sarebbe andato a trovarli a casa per fare la loro conoscenza.

Cominciò così semplicemente e presto si sparse la voce che il parroco era tanto buono. Alcune persone, avendo capito male, dicevano perfino che era arrivato un nuovo parroco, anche se non o avevano mai visto prima d’allora, e parlavano di questo sant’uomo che capiva la gente così com’era.

In poco tempo all’ufficio parrocchiale crebbe il viavai di persone che volevano conoscere di più il cristianesimo. Cominciò la dottrina domenicale e uomini, donne e vari giovani si prestarono per aiutare nelle varie attività. Cominciarono quindi a fiorire varie associazioni cattoliche nella parrocchia e nacque così la vita. Tutto aveva avuto un’unica radice: l’amore».

Terme di CaracallaSempre, nel corso dei secoli, i ruderi della Roma imperiale hanno fornito asilo a poveri ed emarginati. Tuttora vi sono luoghi, a ridosso degli storici acquedotti, dove si annidano tuguri di tempo in tempo eliminati e puntualmente ricresciuti. Negli anni del dopoguerra questo spettacolo era tutt’altro che insolito.

A giudicare dal testo seguente, Chiara aveva avuto modo di notare dei poveri che avevano trovato rifugio all’ombra dei possenti muraglioni delle Terme di Caracalla: «Io non posso desiderare per me (ma la Provvidenza lo sa!) e per le mie anime qualcosa che mi renda “eccentrica” sia nella povertà come nel benestare. Mi sarebbe facile dormire nelle terme di Caracalla come quei poveretti e vestire di sacco. Ma allora predicherei un Vangelo che non vivo, dove sta scritto che il Padre pensa a noi come e più che ai gigli del campo. Farei malvedere il Padre, direi a fatti che non è verità quello che Gesù andò dicendo e poi… sarei ricca della povertà che metterei in mostra, mentre noi dobbiamo essere quelle anime che si confondono con tutti: che i poveri non disdegnano e che i ricchi avvicinano senza abbassarsi. Ma di ciò non occorre che mi preoccupi. È Lui che guida ogni nostro passo, in verità, che ci dà il necessario giorno per giorno e che dispone tutto per il nostro bene fisico e spirituale: perché ci è Padre. E noi crediamo all’Amore e ci siamo convinti che è meglio non ipotecare con progetti nostri i nostri momenti di vita, ma lasciarsi abbandonati alla divina avventura, vincolando liberamente col Suo Amore la nostra libertà. Egli solo ci è Padre e guida e maestro. E sarebbe menzogna chiamar altri quaggiù con questi nomi».

Stazione TerminiChissà quante volte Chiara, in occasione di qualche viaggio nei primi anni a Roma, sarà passata da questa stazione! Ecco il vivace resoconto di una partenza per Trento, dove lei e le prime focolarine trascorsero le festività natalizie del 1949. Ce lo narra Antonio Petrilli, giovane architetto che da poco ha conosciuto il Focolare, invitato anche lui, con altri, a far parte di quella brigata. Sarebbe diventato poi uno dei primi focolarini romani:

«Un’ora dopo [il consenso, non scontato, dei genitori alla partenza] ero alla stazione Termini. Chiara già stava là, insieme con le focolarine e un gruppo numeroso di persone del movimento venute a salutarla. Mi presentarono Igino Giordani, uomo politico e scrittore cattolico assai noto in Italia, che conoscevo dai suoi libri e ancor più dal clima di speranza che con le idee e la coerenza di vita aveva suscitato specialmente fra i giovani, nel periodo del dopoguerra. Vidi che là, familiarmente, tutti lo chiamavano “Foco”. Salimmo sul treno gremito di soldati che andavano a trascorrere il Natale a casa. Riuscimmo ad occupare alcuni posti in uno scompartimento e Chiara dal finestrino seguitò a parlare col gruppo rimasto giù sul marciapiede, che era intanto divenuto una piccola folla. Quando il treno si mosse, tutte quelle persone, quasi non volessero staccarsi, ci accompagnarono per un po’ correndo lungo la pensilina e continuando a salutare e a sventolare fazzoletti: una vista che, più di un movimento, dava l’impressione di una grande famiglia».

Un altro episodio della primavera del 1953, rievocato stavolta da Giorgio Marchetti (Fede): «Quando arrivai a Roma (era allora studente di medicina, n.d.r.), Chiara stava partendo con alcune focolarine e focolarini per fare un pellegrinaggio ad Assisi, e io corsi alla stazione per poterla almeno salutare. Lei si era fatta un taglio ad una mano ed io mi precipitai nell’infermeria della stazione e tornai con qualcosa per medicarla. Lei fu molto contenta di vedermi; le ricordai che ero venuto a Roma per parlarle di come concretamente entrare in focolare, e lei mi disse: “Perché non vieni con noi?”. E così mi trovai sul treno, con Chiara, in pellegrinaggio. Quando stavamo arrivando ad Assisi, in uno splendido tramonto, Chiara mi disse come andasse coi miei dubbi di fede e, quando le risposi che tutto era veramente passato, mi disse: “Allora ti do un nome nuovo: ti chiamerai Fede».

(continua)

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