E DOPO TRENTO… ROMA!/7

(1948-1965)

di Oreste Paliotti

Se Trento è stata la “culla” dei Focolari, la tappa successiva, quella della “presentazione al Tempio” per così dire, non poteva essere che Roma. Per la sua vocazione cosmopolita, la Città Eterna costituiva il necessario trampolino di lancio per l’espansione mondiale del Movimento; e quale centro della cristianità doveva dare il suggello della gerarchia ecclesiastica a questa nuova opera sorta in seno alla Chiesa. Quelli che ora andiamo a scorrere in sintesi sono appunto gli anni “eroici” in cui l’ideale dell’unità ha messo radici nella Città Eterna. In questa settima puntata passiamo in rassegna il 1954.

1954. L’anno di Gesù Abbandonato. Prove di Chiara. Ordinazione di Pasquale Foresi. Nascono i “colori”

E inizia il 1954, «anno dei più dolorosi e dei più grandi per l’Opera di Maria». Il 2 gennaio muore padre Tomasi, primo assistente dato al Movimento dall’arcivescovo di Trento e direttore spirituale di Chiara. Priva di questo importante sostegno («fu per noi Chiesa madre») e mentre si protrae l’inchiesta del Santo Uffizio, per quasi due mesi lei sarà costretta a letto da una misterioso stato di estrema prostrazione che farà temere per la sua stessa vita. Seguita senza grandi risultati dal prof. Pende, amico personale di Foco, Chiara riceve in dono da De Gasperi una cospicua somma perché si curi. A questo stato fisico corrisponde «una dolorosissima prova interiore» collegata alla consapevolezza del proprio nulla, ma il cui frutto è «uno dei più grandi favori che Dio fa a un’anima: la maternità spirituale». Prima però fa l’esperienza, il 22 gennaio, della cosiddetta “morte mistica”. Tre giorni dopo, l’annuncio ai focolari della fine della prova: «Non morirò, ma vivrò e narrerò le opere di Dio».

Intanto Pasquale Foresi, ritrovata la sua vocazione al sacerdozio, completa gli studi alla Gregoriana, alloggiando al Capranica, il seminario delle vocazioni adulte; per un certo periodo è stato anche ospite del Collegio Leoniano, con le finestre della sua camera su via degli Scipioni, futura sede di Città Nuova.

Ancora non del tutto ristabilita, Chiara riesce comunque a partecipare alla sua ordinazione a Trento, il 4 aprile: primo focolarino sacerdote, da lei Pasquale verrà considerato confondatore, tra l’altro, per il suo contributo allo sviluppo degli studi teologici, alla stesura degli Statuti, alla nascita della prima casa editrice, del primo Centro Mariapoli e della cittadella di Loppiano.

È’ un anno speciale anche per Matilde Cocchiaro, originaria di Pescara, da poco entrata a far parte del popoloso focolare di via di Villa Chigi (con Gis, Desi, Gabri, Nicla, Lia, Ginetta e Vale). Il suo racconto rende bene la vita vorticosa di quel periodo d’intenso apostolato, contrassegnato dal motto latino “Nulla dies sine anima”, ossia: “Non passi un giorno senza aver comunicato ad una persona nuova l’Ideale dell’unità”: «Siamo tutte impegnate in primo piano: Chiara vuole fare qui l’esperimento per poi lanciarlo nelle altre zone. Ogni sera ci telefona per chiedere il resoconto della giornata…  E’ bellissimo. Non abbiamo un attimo di sosta. Si respira ogni momento a pieni polmoni. La domenica si va a messa nelle catacombe (di solito quelle di San Callisto sull’Appia Antica, quelle di Priscilla, accanto a Villa Ada, ma anche altre – n.d.r.)  con tutta la comunità. E’ quasi sempre presente anche Chiara. Sono ancora i primi tempi dell’Ideale, e nelle catacombe ci sentiamo tanto vicini ai primi cristiani, ai martiri. E’ un clima assai divino. I canti risuonano in quella penombra e ci richiamano il Paradiso».

Tra difficoltà interne ed esterne, è veramente l’anno di Gesù Abbandonato, in sigla G.A: e infatti il convegno estivo (stavolta a Vigo di Fassa) si chiama Giapoli, “città di Gesù Abbandonato”. Vi partecipa anche padre Andrea Balbo (padre Novo), francescano minore, che avrà un ruolo importante per la branca dei religiosi. Avviene qui anche l’incontro di Chiara con Paolo Hniliça, gesuita slovacco e vescovo in clandestinità, portavoce della “Chiesa del silenzio”: da questo contatto egli matura la convinzione che l’Ideale dell’unità sia il “rimedio” suscitato da Dio al comunismo. Con lui, diventato per tutti “padre Maria” (nome nuovo datogli da Chiara per il suo spiccato timbro mariano), il Movimento prenderà coscienza dello scopo specifico per cui è nato: la conversione degli atei. Questa presenza di un vescovo al cuore dei Focolari anticipa ciò che vent’anni dopo si definirà, con mons. Klaus Hemmerle, la realtà dei “vescovi amici”.

Senonché, a causa degli interrogativi sorti ai vertici ecclesiastici, si comincia ora a parlare della necessità di una Regola scritta (e in effetti esiste una traccia di Regola del ’51).

Il 19 agosto muore anche De Gasperi. Tutto il Movimento lo piange. Di lui Chiara dirà: «Aveva un’interiore spinta all’unità e lavorò per realizzarla nel partito ed in Europa. Anche per questo – penso – sintonizzò subito con la nostra spiritualità, l’amò, l’apprezzò e vi rimase legato».

Ancora durante la Giapoli, il 22 agosto, avviene la solenne consacrazione delle focolarine e dei focolarini al Cuore immacolato di Maria «perché faccia di quest’Opera quello che è nel disegno di Dio», con l’offerta della propria vita quale moneta perché crolli il mondo dell’Oltrecortina; e Chiara ha le prime idee sui “colori”, che prenderanno forma in settembre, a Roma.

Seguiamo a questo punto il racconto di Palmira Frizzera: «Eravamo in via Tigrè, al piano attico di un condominio. Con Chiara c’erano Giosi, Graziella, Natalia, Aletta, Marilen, Bruna, Eli, Palmira (…). In questo focolare di Chiara, Giosi, Graziella e Natalia avevano dei compiti importanti: erano quei “disegni” di cui abbiamo detto. Invece Aletta faceva da mangiare, Marilen si occupava della casa, Bruna studiava teologia all’Università, Eli guidava la macchina e si occupava già dei primi documentari, filmetti, e io facevo un po’ di tutto. Una sera Chiara, in uno sfolgorio di luce e di Sapienza, paragonando la nostra vita che è amore, carità, alla luce naturale che si scinde nei sette colori dell’arcobaleno, ha capito che anche la nostra vita avrebbe avuto infinite espressioni, che lei vedeva riassunte in sette. Ha quindi capito che i disegni di Dio non erano solo tre, ma sette; ed ha affidato il rosso a Giosi, l’arancio a Graziella, il giallo a Natalia, il Verde ad Aletta, l’azzurro a Marilen, l’indaco a Bruna e il violetto a Eli». Nel ’55 Chiara scriverà: «Cosa formano tutti insieme questi aspetti? La bellezza di Maria, dell’Opera di Maria, l’otre nuovo che contiene lo spirito nuovo che è il carisma che Dio ci ha donato». Tornando al racconto di Palmira, «in quei giorni erano arrivate a Roma le focolarine responsabili delle cinque zone dell’Italia. Chiara le chiama subito e, dopo aver raccontato la nascita dei sette colori, dice: “Ho capito il vostro disegno: voi siete Chiara in zona e il vostro colore è il bianco” (…) Sono poi seguiti i disegni dei focolarini corrispondenti a quelli delle focolarine». Fin qui le linee essenziali di una “celeste struttura” dell’Opera. Nello stesso periodo viene chiamato a Roma Marco Tecilla, il primo focolarino di Trento.

Il 1° novembre mons. Montini riceve la nomina ad arcivescovo di Milano. Alla sua consacrazione in San Pietro sono presenti Marco e don Foresi. E a fine anno arriva a Chiara il dono di un magnetofono da parte di tre religiosi pallottini: padre Savastano (Micor), padre Leonardi e padre Proietti: primo seme dei futuri mezzi di comunicazione, questo strumento permette un aggiornamento completo, a viva voce, di tutto ciò che succede nell’ambito del Movimento. Una curiosità: questo magnetofono verrà usato solo nel 1955, quando a Vigo di Fassa, nel teatrino dell’asilo, Marco registrerà la storia dell’Ideale raccontata da Chiara: la prima ed unica volta in cui lei parla in una Mariapoli in Italia!

Sempre nel 1954 la Chiesa chiede a Chiara un nuovo Statuto e si cominciano a celebrare la domenica messe comunitarie nella chiesetta dell’arciconfraternita dei Bergamaschi in piazza Colonna, mentre nella sacrestia, che ha un’entrata anche in via di Pietra, si tengono raduni serali periodici per la prima comunità: un necessario punto d’incontro, in una città grande e dispersiva come Roma, per quanti aderiscono all’Ideale dell’unità. Queste messe si celebreranno regolarmente fino al 1959.

Visitando la Roma di Chiara: un itinerario

Via del MazzarinoAl n. 16 di questa traversa di via Nazionale ha sede la curia generalizia dei padri stimmatini, accanto all’antichissima chiesa di Sant’Agata dei Goti. Chiesa ben nota a Chiara, che qui veniva a incontrare padre Giovanni Battista Tomasi, primo assistente dato al Movimento dall’arcivescovo di Trento. Così ne parla Renata Borlone: «Non ho mai dimenticato il suo volto buono, gli occhiali di stampo antico, due piccoli cerchi di filo di ferro, e il fazzoletto rosso sporco di tabacco che ogni tanto amava annusare, forse ultimo retaggio di vecchie abitudini prese nella solitudine in cui l’aveva relegato l’età insieme al cessare di importanti incarichi (era stato infatti generale dell’Ordine). Mi colpiva a volte la limpidezza dei suoi occhi, il sorriso innocente, le domande rivolte con semplicità come uno che ha tutto da imparare e che se fa qualche obiezione ha però la certezza che all’interlocutore non mancherà una risposta sicura e convincente». Nei primi anni dell’inchiesta avviata dal Santo Uffizio (ora Congregazione per la dottrina della fede) per accertare l’ortodossia del movimento, Chiara – racconta padre Novo – «ha avuto sempre a fianco padre Tomasi. Lui ci raccontava che ogni giorno all’una, proprio con l’orologio in mano, passeggiava vicino al telefono perché sapeva che a quell’ora gli avrebbe telefonato Chiara. Egli ha anche scritto la prima difesa di lei: si trattava di un opuscolo di una ventina di pagine per spiegare la sua funzione nel Movimento. L’8 dicembre 1953, nella chiesa di Sant’Agata dei Goti, padre Tomasi accoglieva la consacrazione dei primi dieci focolarini sposati sull’esempio di Igino Giordani, che 13 giorni prima, il 24 novembre, aveva fatto la sua nella chiesa di Santa Maria Goretti.

Padre Tomasi morì il 2 gennaio 1954. «Fu per noi Chiesa madre», dichiarò Chiara alludendo al valido sostegno ricevuto da lui nei momenti più difficili, sia per l’Opera sia per la propria persona.

San Lorenzo fuori le MuraQuesta stupenda basilica a ridosso del cimitero Verano è quella che più d’ogni altra a Roma conserva il suo aspetto originario paleocristiano (IV secolo), malgrado le devastazioni del bombardamento alleato del 19 luglio 1943. Sotto il portico che precede la facciata è collocato il monumento funebre ad Alcide De Gasperi, opera di Giacomo Manzù. Chiara conobbe lo statista trentino nel febbraio 1950 a Fregene, dov’era andata a riposare con alcune focolarine nella villetta messa a disposizione dalla coppia amica degli Alvino. Gli era stato presentato da Giordani. Colpito dalla presentazione del Movimento fattagli da Chiara, De Gasperi tornò a farle visita a Fregene nello stesso mese. Fu l’inizio di una profonda amicizia che, finché egli visse (morì il 19 agosto 1954), gli offrì sostegno spirituale nelle sue gravi responsabilità di governo. Chiara così lo ricordava: «De Gasperi aveva una fede profonda che sottostava a tutto il suo agire, era la ragione della sua esistenza, la sua forza nell’affrontare le difficoltà. Aveva un’interiore spinta all’unità e lavorò per realizzarla nel partito e in Europa. Anche per questo – penso – sintonizzò subito con la nostra spiritualità, l’amò, l’apprezzò e vi rimase legato».

Santa Maria Regina ApostolorumE’ la chiesa con annesso istituto dei padri Pallottini in via Ferrari (quartiere Prati). Qui, a partire dal 1952, don Giuseppe Leonardi, don Giuseppe Savastano e don Eugenio Proietti, da poco approdati all’Ideale dell’unità, fecero le loro prime esperienze di questa vita evangelica. Racconta don Leonardi in un’intervista del 1995 a Città Nuova: «Tutte le sere, alle nove, ci si trovava noi tre. I nostri confratelli sapevano che dicevamo il rosario, ma era ovvio che ne approfittavamo, oltre che per telefonare in focolare, anche per uno scambio di esperienze vitali fra noi». E a proposito di quelle telefonate: «Anche un’ora stavamo, tra la desolazione dei confratelli che trovavano sempre la linea occupata. Cercavamo di captare ora dall’una ora dall’altra delle focolarine quelle realtà evangeliche che il Movimento approfondiva e che ci affascinavano: stavamo in due o tre a tendere l’orecchio sulla cornetta. Io poi, una volta che mi son reso conto del ruolo di Chiara, ho voluto subito allacciare un rapporto personale con lei, che da allora non è mai venuto meno». Ogni scusa poi era buona per “scappare” in viale XXI Aprile: «Andavo a trovare Gesù, ma per portarlo nell’Ordine [dei Pallottini]». Nemmeno la notte don Leonardi si tirava indietro davanti a qualsiasi servizio: «Succedeva che venissi chiamato dalle focolarine anche dopo mezzanotte. Era per essere accompagnate in macchina da una persona che aveva ritrovato dopo anni la fede e desiderava essere confessata e comunicata. Io andavo con loro incurante dello scandalo – per quei tempi – che avrei potuto dare: un prete alle due di notte con due ragazze». Consapevoli della preziosità del nuovo carisma portato dalla fondatrice dei Focolari e della necessità di farlo conoscere a più gente possibile, i tre religiosi nel Natale del 1954 regalarono a Chiara il primo magnetofono che il Movimento abbia posseduto. Puntuale, il 14 gennaio del ’55, la risposta di lei: «Per il focolaretto di via Ferrari non ho altro da donare che il mio Ideale che, grazie a Dio, si può donare e ridonare. Vogliono sapere ciò che per me è nell’Ideale più mio? L’Amore Abbandonato!». Negli anni Sessanta don Leonardi insegnava religione al liceo romano Mamiani, unico professore a godere la stima universale in piena età della contestazione: l’Ideale dei Focolari non aveva fatto altro che evidenziare il carisma della carità tipico del suo fondatore. Logico che intorno a lui nascesse una comunità tuttora viva, a cui diede nome “Quinta dimensione” e che seguì con grande dedizione fino alla morte.

Via di Villa ChigiNei primi anni Cinquanta, in Via di Villa Chigi (quartiere Trieste) c’era un focolare femminile piuttosto numeroso. Matilde Cocchiaro, originaria di Pescara, entrò a farvi parte nel 1954: «A Roma – racconta di quel periodo – c’è tanta vita e si corre dalla mattina alla sera. Tra l’altro in quel tempo non c’è ancora un orario, come adesso, e i raduni più belli tra noi si fanno sempre a notte tarda. Si dorme poco e si mangia di corsa. Spesso, mentre prepariamo il pranzo e stiamo per sederci a tavola, Chiara ci chiama. Subito corriamo da lei, a casa sua. Lei ci comunica le realtà nuove che Dio le fa capire, e così tutte insieme possiamo immediatamente vivere tutte le novità. E’ meraviglioso. Siamo con lei un unico focolare. Si gioisce e si patisce per una stessa cosa. Da poco padre Tomasi ci ha lasciato: è partito per il Paradiso (il 2 gennaio 1954, n.d.r.). Per Chiara è un dolore enorme, il vuoto è incolmabile. Chi ci esprimerà adesso il pensiero della Chiesa, se non siamo ancora approvati? Cerchiamo con Chiara di vivere e amare questo volto dell’Abbandonato. Don Foresi, che da poco è sacerdote (4 aprile 1954, n.d.r.), prende accanto a Chiara il posto di padre Tomasi, anche se è molto giovane e inesperto».

Sant’Agnese fuori le mura – Siamo nel quartiere Trieste, sulla via Nomentana. Ecco un’altra chiesa frequentata da Chiara, una delle basiliche minori di Roma. Dedicata alla giovinetta vittima, nel 304, della furiosa persecuzione scatenata da Diocleziano contro i cristiani, fu eretta da papa Onorio I al posto della ormai fatiscente basilica del IV secolo (ne restano pochi ruderi) voluta da Costantino nei pressi della tomba della martire, venerata nelle sottostanti catacombe.  La nuova basilica fu invece edificata direttamente sopra quella tomba. Arricchita dai papi successivi, lungo i secoli subì saccheggi, distruzioni (essendo fuori le mura), rifacimenti e restauri fino al 1800. Nel catino absidale si ammira l’opera più preziosa e più antica che essa contiene: un mosaico del 625-638 raffigurante sant’Agnese e i papi Simmaco ed Onorio, con evidenti influssi bizantini. L’altare maggiore, realizzato con marmi preziosi, custodisce la teca con le reliquie delle sante Agnese ed Emerenziana (sorella di latte della prima, lei pure martire) ed è sormontato da una statua di sant’Agnese ricavata da un torso in alabastro di epoca romana, completato in bronzo nelle parti mancanti. Poco si sa di questa delicata fanciulla, se non che per la sua giovane età non sarebbe stata tenuta a presentarsi alle autorità per sacrificare pubblicamente agli dei, come imponeva l’editto dell’imperatore, mentre lei volle ugualmente testimoniare la sua fede in Cristo e per questo subì il martirio. Divenuta emblema di purezza verginale, è tra le sante più amate da Chiara; citata, fra l’altro, in una sua lettera dell’8 dicembre 1946, indirizzata a un gruppetto di giovani che facevano parte della “bianca schiera”, erano cioè consacrate nella verginità e con lei volevano iniziare un cammino verso il consolidamento di tale scelta. Vi si legge tra l’altro: «Raccolte per un paio d’ore in questa mattina soleggiata dell’Immacolata, ci siamo messe sotto la particolare protezione di sant’Agnese, vergine e martire, e di sant’Ambrogio, il santo della verginità. Vogliamo imitare sant’Agnese nel totale dono della nostra giovane vita, nella forza potente della nostra purezza, che griderà col suo splendore immacolato: “Unus est dilectus meus” (Uno è il mio amore: libera citazione dal Cantico dei Cantici). Se un santo disse che solo una schiera di vergini in ogni città può salvare il mondo, questa schiera dobbiamo essere noi!». Nel percorso che stiamo seguendo in questa parte della capitale, si può evidenziare un vero e proprio “itinerario della verginità”, che comprende questa basilica, le chiese di Santa Emerenziana (voto di Palmira e di Eli), Santa Maria Goretti (voto di Foco) e via Tigrè.

Santa EmerenzianaQuesta chiesa esternamente tutta in laterizio fu costruita per volere di Pio XII. Il giorno in cui fu consacrata, 28 novembre 1942, Il Giornale d’Italia scriveva: «Là dove viale Eritrea sfocia nella campagna e dove è possibile ancora ammirare un georgico paesaggio, destinato certo alla devastazione, è sorto il tempio con la canonica di una nuova parrocchia, la prima dedicata a santa Emerenziana, che riposa non molto lontano da qui, sul clivo che discende dalla via Nomentana, nel cimitero in cui prima fu sepolta Agnese, fiore dei martiri, ed ella vi trovò la morte, lapidata dai pagani, mentre pregava sulla tomba della sorella collattanea». È una delle chiese frequentate da Chiara e dalle altre focolarine quando agli inizi degli anni Cinquanta si trasferirono nel “quartiere africano”, prima in via Tigrè e poi in via Valnerina. A proposito della visita quotidiana a Gesù Eucaristia, una volta Chiara la definì «un atto indispensabile», e in un’occasione spiegò il perché: «Se le grandi personalità, anche non cattoliche, sentono il dovere, quando vengono a Roma, di chiedere un’udienza con il Santo Padre riconoscendo in lui una personalità di livello mondiale, che cosa dobbiamo fare con Gesù, Uomo Dio presente nella terra nelle nostre chiese? Il minimo è fargli quotidianamente una visita. La visita quindi al SS:mo Sacramento ha proprio il significato d’una visita per dire a Gesù che comprendiamo ciò che lui ha fatto per noi e per tutti e che non ci sfugge la portata della sua presenza sulla terra». (Collegamento CH, 11.2.1988)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: