Un 27 aprile inedito, indimenticabile. La storia ne parlerà

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, due uomini, due papi che hanno guardato con coraggio le ferite di Gesù,

hanno toccato le sue mani piagate, non hanno avuto vergogna della carne del fratello

san-pietro

Stamane il mondo ha assistito per lo meno a tre fenomeni eccezionali. Uno, la canonizzazione congiunta di due papi da parte della Chiesa cattolica. Due, il pronunciamento della solenne formula da parte di papa Francesco, con vicino e concelebrante il papa emerito Benedetto XVI. Tre, la mobilitazione straordinaria di persone da tutto il mondo. Si parla di oltre un milione di presenze riversate su Roma, ma chi mai lo saprà? E chi mai potrà raccontare quanto accaduto nell’intimo di tanti? Di certo dell’evento accaduto oggi la storia parlerà.

La celebrazione, iniziata alle 10 del mattino, ha avuto momenti da brivido. Tra questi, prima dell’introito, l’abbraccio tra Bergoglio e Ratzinger. Ratificato dall’applauso della folla. Poco prima il papa emerito era stato abbracciato, ricambiando, da un’altra persona a lui cara, il presidente Napolitano. E anche questo la folla l’ha visto e ha capito.  E poi tanti altri.

Una sorta di fremito poi ha attraversato quella piazza, che pareva interminabile. Dopo la triplice domanda del cardinale Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, accompagnato dai rispettivi postulatori, con cui chiedeva di iscrivere i nomi dei beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II nell’Albo dei Santi. E dopo la preghiera del Veni Creator, con cui lo Spirito Santo veniva chiamato in causa, papa Francesco ha pronunciato, in un pathos difficilmente ripetibile, la solenne formula di canonizzazione. Alcune espressioni sulla sua natura parevano appena sussurrate, altre scandite: «Per l’incremento della vita cristiana», «con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo», «dopo aver lungamente riflettuto», «ascoltato il parere di molti nostri fratelli nell’Episcopato». Infine: «Dichiariamo e definiamo Santi i Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II».

Le parole della liturgia sembravano raccontare il sentimento e l’emozione che papa Francesco, in primis, riusciva a contenere con difficoltà. Nella sua omelia poi ha definito San Giovanni XXIII «il papa della docilità allo Spirito Santo» e Giovanni Paolo II «il papa della famiglia». Ma la liturgia di questa domenica, seconda dopo Pasqua, intitolata da Giovanni Paolo II alla Divina Misericordia, considera le piaghe gloriose di Gesù risorto e il rapporto con Lui di Tommaso, «quell’uomo sincero», «abituato a verificare di persona» che, dopo aver dubitato, s’inginocchiò davanti a Lui: «Mio Signore e mio Dio!».

Bergoglio parla di quelle piaghe, «scandalo» ma anche «verifica» della fede. «San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello, perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù».

Papa Francesco li definisce «due uomini coraggiosi», «sacerdoti, vescovi e papi del XX secolo» di cui «hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti». In essi «dimorava “una speranza viva”, insieme con una “gioia indicibile e gloriosa”» «passate attraverso il crogiolo della spogliazione, dello svuotamento, della vicinanza ai peccatori fino all’estremo, fino alla nausea per l’amarezza di quel calice». Stesse speranza e gioia «che si respiravano nella prima comunità dei credenti, a Gerusalemme», nella quale «viveva l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità». Questa l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha tenuto davanti a sé.

E papa Francesco conclude con un augurio: che i nuovi santi del Popolo di Dio «intercedano per la Chiesa» e «ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo, ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama».

Quella di oggi appare una Chiesa in festa e consapevole. Il rito solenne e sobrio. Con il papa, oltre 150 i cardinali, più di mille i vescovi, seimila i sacerdoti. E la gente. Gente di ogni dove che stipava la piazza e le vie intorno dalle primissime ore del mattino; numerosissimi, ovviamente, i polacchi e i bergamaschi. Ma piazza San Pietro, e le altre piazze allestite nella città, non accoglievano solo cattolici. Hanno voluto esserci anche ortodossi e anglicani. Vi erano pure fedeli ebrei e musulmani. E chissà chi ancora.

Sul sagrato erano presenti delegazioni ufficiali di oltre 100 Paesi, più di venti capi di Stato, primi ministri e numerose personalità del mondo della politica e della cultura, fra cui i reali di Spagna e del Belgio, il principe del Lichtenstein e il granduca di Lussemburgo, il presidente del Parlamento argentino, dell’Unione europea, della Commissione europea.

Con tutti hanno pregato anche le due protagoniste dei miracoli attribuiti a Giovanni Paolo II, suor Adele Labianca e Floribeth Mora Díaz.

Gli arazzi, con i ritratti dei due papi, gli stessi esposti per le rispettive beatificazioni, sovrastavano il portale della Basilica dal giorno prima. Pareva accogliessero quanti via via arrivavano, loro, i protagonisti. Come a dire: noi ci siamo.

Inedita davvero questa piazza San Pietro, ornata a festa con più di 30 mila rose arrivate dall’Ecuador, in questo indimenticabile 27 aprile 2014.

Victoria Gómez, Città Nuova, 27.04.2014

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