Tutti in piazza per la scuola

scuola1Sabato 10 maggio grande manifestazione in piazza San Pietro per l’educazione. Sono attese più di 150 mila persone. Papa Francesco incontrerà le scolaresche, le famiglie, i docenti di tutta Italia a partire dalle 16 e si potrà seguire il programma in diretta su Raiuno dalle 16 e 45 alle 18 e 45. Le riflessioni di don Domenico Pompili, sottosegretario, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e portavoce della Conferenza episcopale italiana


Cosa non è e cosa è la manifestazione di sabato 10 maggio? Lei ha scritto che è «l’inizio di un ampio percorso»?

«Non è una gita a Roma approfittando della bella stagione. È la presa di coscienza che la scuola, pur attraversando obiettive difficoltà, anche di ordine strutturale, è comunque una grande avventura posta ogni mattina nelle mani dei docenti, degli alunni, delle famiglie. È un atto di fiducia nella scuola che non può essere ridotta ad un problema di edilizia scolastica, ma piuttosto alla volontà di riappropriarsi dell’atto educativo per far crescere le nuove generazioni. Questo richiede un coinvolgimento a più livelli, tra la scuola e la famiglia, tra i docenti e gli alunni, tra i genitori e i docenti».

Quali sono gli obiettivi concreti del futuro?

«L’obiettivo è quello di accompagnare la quotidianità della scuola, facendo in modo che la pastorale scolastica, per quanto riguarda la Chiesa, non sia limitata soltanto ad alcuni momenti durante l’anno, ma sia sempre più percepita dalla comunità cristiana come qualcosa che ci riguarda perché storicamente la Chiesa ha sempre gestito in prima persona le scuole. E, soprattutto oggi, in cui ci sono una pluralità di presenze, statali e paritarie, non deve sfuggire alla comunità cristiana che sostenere la scuola, con una vicinanza che può tradursi in mille forme, è assolutamente necessario. Altrimenti mancheremmo ad una obiettiva responsabilità perché la scuola non può essere circoscritta solo alla formazione in aula. La scuola deve essere sostenuta dal mondo circostante, dalle famiglie e dalla Chiesa. In concreto sarà compito delle singole diocesi stabilire come proseguire, ma il coinvolgimento alla manifestazione darà vita a delle iniziative locali».

«Solo se cambiamo dentro possiamo essere in grado di cambiare davvero», scrive Roberto Presilla. In che senso il cambiamento dell’opinione pubblica sulla scuola può partire anche da noi cattolici?

«I problemi della scuola sono certamente di ordine strutturale, sono legati a croniche situazioni di inadeguatezza, pensiamo a quanto sia carente l’edilizia scolastica, a come siano disadorne e inadeguate le aule che ospitano i nostri ragazzi. La vera ragione di questo deficit, a mio avviso, è la sensazione che educare non sia una questione importante. Sono altre le urgenze da dover affrontare. La crisi di investimento nella scuola è solo il riflesso condizionato di una crisi più generale che valuta investire nell’ambito educativo come poco produttivo. Mentre sappiamo bene che solo se si formano delle persone culturalmente attrezzate si può pensare ad una società veramente libera e capace di innovare. Il rischio è che venendo meno la qualità culturale dei cittadini, anche la società possa impoverirsi».

Quali valori la Chiesa può portare a tutta la scuola?

«La parola d’ordine, come dice papa Francesco, è ritrovare nella scuola un momento in cui il desiderio rende il cuore dell’uomo inquieto e lo fa un essere non stanziale, ma in movimento, in ricerca. La scuola, come dice il significato originario della parola, skholé, che inizialmente indicava l’occupare piacevolmente il tempo libero, è in opposizione al lavoro che imbriglia, obbliga la persona a dover essere produttivo. Oggi, lo dicono anche le statistiche del Nord Est, molti studenti abbandonano la scuola per entrare nel ciclo produttivo, ma è una scelta non lungimirante, perché le persone producono, ma non sono attrezzate e non danno pieno compimento alle proprie possibilità. La scuola, invece, affina la persone, è il luogo nel quale emergono le qualità più profonde dell’uomo e il desiderio che rende le persone veramente sé stesse e compiute. Nei Paesi del benessere facciamo fatica a comprenderlo. Lo capiamo quando vediamo il recente film Vado a scuola, in cui un papà cinese -porta ogni giorno il bambino disabile sulle spalle percorrendo decine di chilometri a piedi perché sa che la scuola è una grande opportunità. Noi che abbiamo la scuola sotto casa abbiamo perso un po’ il valore della scuola come forma di liberazione da tutte le nostre povertà culturali».

Aurelio Molè, Città Nuova, 09.05.2014

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