E DOPO TRENTO… ROMA!/9

(1948-1965)

di Oreste Paliotti

Se Trento è stata la “culla” dei Focolari, la tappa successiva, quella della “presentazione al Tempio” per così dire, non poteva essere che Roma. Per la sua vocazione cosmopolita, la Città Eterna costituiva il necessario trampolino di lancio per l’espansione mondiale del Movimento; e quale centro della cristianità doveva dare il suggello della gerarchia ecclesiastica a questa nuova opera sorta in seno alla Chiesa. Quelli che ora andiamo a scorrere in sintesi sono appunto gli anni “eroici” in cui l’ideale dell’unità ha messo radici nella Città Eterna. In questa nona puntata passiamo in rassegna il 1956.

1956. Nasce “Città Nuova”. Padre Lombardi. Pellegrinaggio in Terra Santa. I “volontari di Dio”

Tra i focolari le notizie sono sempre circolate, magari ciclostilate, per incrementare la comunione fra tutti e irradiare lo spirito dell’Ideale. Ma il 1956 vede la nascita dei primi veri strumenti per favorire la comunicazione nell’ambito di una “famiglia” così vasta: ed ecco, il 24 gennaio, uscire il primo numero di 48 ore d’unità, notiziario per uso interno (dal marzo 1958 Mariapoli); il 14 luglio sarà la volta del giornale Città Nuova, tirato in 70 copie durante la Mariapoli a Fiera di Primiero con un ciclostile ad alcol (ma già nel 1946 – ricorderà in seguito Chiara – «mandavamo un foglietto, dicendo che poi sarebbe nato un giornale»). Si tratta di pochi fogli con un articolo di spiritualità, qualche esperienza e alcune notizie per tenere collegati i mariapoliti dopo l’esperienza fatta, ma è un primo impatto nella cultura, nella convinzione che l’Ideale porta una dottrina ed è fatto per le masse.

Risale a quest’anno il primo contatto di Chiara con padre Riccardo Lombardi, gesuita e collaboratore di fiducia di Pio XII. Per due anni il rapporto con questa figura carismatica nota come “il microfono di Dio” sarà intenso e ci si chiederà se il suo movimento “Per un mondo migliore” e i Focolari non debbano formare un’unica realtà: padre Lombardi, infatti, non dispone di forze sufficienti per realizzare il suo sogno, mentre Chiara ha seguaci a iosa.

In febbraio, cosciente che il dossier dell’approvazione incontra tanti ostacoli, lei si esprime in questi termini: «Noi sappiamo di essere come nel cuore di una mamma, oppure come una pianta che ha le radici sotto terra». Leggendo alcuni scritti di san Giovanni della Croce, si ravvisa ancora a periodi sotto la “notte”, che si protrae ormai da cinque anni.

Intensi i contatti di padre Maria con cardinali e curia romana per difendere il Movimento dalle accuse che gli si muovono. Anche don Foresi e padre Lombardi si attivano in questo senso. Nel pieno di queste critiche e difficoltà, il 12 settembre l’arcivescovo di Trento scrive la sua testimonianza sui Focolari, indirizzata “A chiunque!”: «Da dodici anni le seguo vigile e attento, e non solo non ho mai trovato motivo di biasimo, ma sempre motivo il più ampio e pieno di conforto e di gioia».

Tutto questo travaglio si spiega col fatto che nella Chiesa preconciliare un movimento laicale retto da una donna, che comprende però anche religiosi e sacerdoti, e propone forme di vita cristiana al di fuori delle strutture ordinarie, è decisamente inclassificabile. Le autorità ecclesiastiche, non sapendo come regolarsi, assumono posizioni a volte contraddittorie; e mentre chiudono certe porte ne lasciano aperte provvidenzialmente altre, attraverso le quali il Movimento può continuare a vivere e a svilupparsi. Sentiamo ancora da padre Novo: «Erano venute a crearsi delle situazioni piuttosto curiose. Il Vicariato di Roma non voleva riconoscere l’Opera, ma non voleva riconoscerla neanche sconfessandola. Dicevano: se noi la sconfessiamo, veniamo ad ammetterla, a riconoscerne l’esistenza; invece noi l’ignoriamo completamente. E questo permetteva all’Opera di “fare”. Quando, ad esempio, è cominciata l’edizione di Città Nuova, il Vicariato non ci ha proibito di venderla fuori dalle chiese, perché diceva: se noi la proibiamo, veniamo a riconoscere l’esistenza dei Focolari. Quindi andavamo dai vari parroci, mostravamo loro il giornale e ne facevamo vedere l’utilità; loro si entusiasmavano e così vendevamo Città Nuova fuori dalle chiese».

E a proposito del quindicinale: dagli inizi e fino all’approvazione del Movimento, quando potrà finalmente apparire con la sua firma, Chiara non vi farà mai mancare i suoi scritti (editoriali, pensieri spirituali, esperienze), sia anonimi, sia contrassegnati da tre stelline o a firma Paola Romana. Con lo pseudonimo di Giuseppe Inovecki anche padre Maria collabora con servizi sulla Chiesa del silenzio, per sensibilizzare i lettori al problema.

In marzo, Chiara trascorre la settimana santa in Palestina insieme a don Foresi, Eli, Aletta, Cengia, padre Maria e al francescano conventuale Angelo Beghetto (padre Nazareno). Scopo non ultimo di questo viaggio, offerto dal vescovo slovacco, è “far focolare” con padre Novo, da qualche anno trasferito a Gerusalemme per insegnamento.

Dopo la Mariapoli, si lavora a Città Nuova nel focolare maschile di via Capocci n. 6/27: ne sono incaricati Vitaliano Bulletti (Vita), Bruna Tomasi ed altri. La responsabilità passerà poi a Spartaco Lucarini ed Eli Folonari. Il primo numero a stampa apparirà il 5 marzo dell’anno seguente, con testata cambiata in La Rete, ma solo per qualche numero: nel settembre 1957 tornerà a chiamarsi Città Nuova con sede in via Tigrè n. 1/6.

Ottobre 1956: dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria e in risposta all’appello di papa Pacelli («Dio, Dio, Dio!»), si staglia la vocazione dei “volontari di Dio”, persone impegnate a riportare Dio, sorgente di libertà e di unità, nei più diversi ambiti della società. Scrive Guglielmo Boselli: «Si composero “nuclei” di “volontari” e “volontarie”, pronti a dare il loro contributo di vita, di attività, di preghiera, per creare una rete di cristiani uniti e decisi a comporre tra loro e con tutti rapporti nuovi, e costituire gli anelli di una società cristiana, più unita alla Chiesa, imperniata sul testamento di Gesù».

Visitando la Roma di Chiara

Via Gaetano CapocciInizi anni Cinquanta. Siamo nei pressi di viale Somalia, quartiere Africano. Qui al civico n. 6, al settimo piano d’uno stabile color rosa, due appartamenti ospitavano il focolare maschile (con don Foresi e alcuni dei primi focolarini) e la sede del centro del Movimento, dove Chiara stessa aveva un proprio ufficio. E qui in un terzo alloggio di fronte a quello di don Foresi, dopo la Mariapoli di Fiera di Primiero 1956, si lavorava la neonata Città Nuova con un ciclostile ad alcol. Ne erano incaricati Vitaliano Bulletti e Bruna Tomasi con altri. La responsabilità passò poi a Spartaco Lucarini ed Eli Folonari. Il primo numero a stampa (5 mila copie) apparve il 5 marzo dell’anno seguente, con testata cambiata in La Rete (stampa nella tipografia V. Ferri); ma solo per qualche numero: in settembre tornò a chiamarsi Città Nuova.

Nel 1957 si aggiunse il valido contributo di Gino Lubich, il fratello di Chiara, lui sì con una vera esperienza giornalistica alle spalle. Così egli descrive il primo impatto con quella pionieristica “redazione”: «Mi apparve come qualcosa “ai confini della realtà”: consisteva in un tavolino con due sedie, due biro e mezza risma di carta, il tutto inserito in uno stanzone da disbrigo e da dispensa, fra pile di libri e mazzi di ombrelli, valige accatastate, reti metalliche appoggiate ai muri, materassi e scope, attrezzi vari e bauli sopraffatti da scatolame: insomma, fra tutto ciò che nel resto dell’appartamento avrebbe ingombrato e quindi era stato relegato lì, off limits. L’appartamento, di cui tale stanzone costituiva l’estrema propaggine, ospitava il centro maschile dei Focolari, al settimo piano di un palazzo rosa-confetto costruito all’ultima periferia di nord-est, alla fine di via Capocci, sul ciglio di una scarpata che scivolava rapida su un’ansa dell’Aniene».

Fino all’approvazione del Movimento, quando poté finalmente apparire con la sua firma, Chiara non fece mai mancare al quindicinale i suoi scritti (editoriali, pensieri spirituali, esperienze), sia anonimi, si/a contrassegnati da tre stelline, sia a firma Paola Romana.

Nel 1957 fu aperto in via Capocci anche un “focolare” per sacerdoti e religiosi appositamente messi a disposizione del Comitato Mystici Corporis dai loro superiori. Tale Comitato, si ricorderà, era nato per iniziativa della Santa Sede dietro impulso di mons. Paolo Hnilica (padre Maria): esso, oltre ad «acquisire e diffondere informazioni e documenti sul comunismo», avrebbe dovuto «soprattutto provvedere al rimedio, ossia aiutare tutti i cristiani ad essere autenticamente corpo mistico di Cristo». Come risposta a questa istanza era nata la cosiddetta “Lega” composta da sacerdoti e religiosi che aderivano all’Opera di Maria, con sede appunto in via Capocci. Facevano parte di questo focolare, oltre a padre Maria, gesuita, padre Andrea Balbo (padre Novo) o.f.m., padre Angelo Beghetto (padre Nazareno) o.f.m. conv., don Giuseppe Savastano e don Giuseppe Leonardi, pallottini, padre Saverio Cick ed altri. «È stata un’esperienza molto bella – racconta uno di loro –. Eravamo di ordini differenti, ma ci sforzavamo di essere uno tra di noi. Non notavamo neanche di essere vestiti differentemente».

Il focolare di via Capocci ospitò anche per un certo tempo i primi raduni per bambini del Movimento: i cosiddetti “popetti”, embrione di quello che sarebbe stato, alla fine degli anni Sessanta, il Movimento Gen. «Chiara – ricorda Luigi Liberati, un ex “popetto” – ha avuto sempre per noi un’attenzione tale da fare, passi l’espressione, quasi invidia agli adulti».

Il VeranoIl grande cimitero monumentale di Roma a San Lorenzo (che, come il resto del quartiere, era stato anch’esso violato dai bombardamenti alleati dell’ultima guerra) suggerì a Chiara la nota meditazione dal titolo Stelle accese in cielo eternamente. Eccone alcuni brani:

«Se il giorno dei morti ti rechi al Verano, vedi una distesa sterminata di tombe. E verso sera, al palpitar della notte, s’accende per ogni salma un lumicino. […] C’è un giorno stabilito per ognuno. E verrà il giorno mio, il tuo, quello per tutti. Un lumicino in più accanto ai tanti. Qualche giorno di pianto e di cordoglio dei vicini, poi torna la corsa della vita uguale a prima. […] Questa la vita. Ma, se le stelle hanno il loro nome, non molti lumicini del Verano dicono una voce. Son morti! Morti… ben presto senza nome. Son morti perché vollero la vita. Son morti perché in vita non morirono. C’è invero il coraggioso che affrontò la morte e fu pronto sul suo nulla a lasciar vivere il Signore. Quegli vive nella gloria eterna e nella imperitura memoria dei mortali.[…] I santi sono fulgori, che accesero le notti del loro tempo e quelle appresso, perché lampade vuote, piene di Luce eterna. […] I santi non sono luci del Verano, son stelle accese in Cielo eternamente».

San Lorenzo fuori le MuraQuesta stupenda basilica a ridosso del cimitero Verano è quella che più d’ogni altra a Roma conserva il suo aspetto originario paleocristiano (IV secolo), malgrado le devastazioni del bombardamento alleato del 19 luglio 1943. Sotto il portico che precede la facciata è collocato il monumento funebre ad Alcide De Gasperi, opera di Giacomo Manzù. Chiara conobbe lo statista trentino nel febbraio 1950 a Fregene, dov’era andata a riposare con alcune focolarine nella villetta messa a disposizione dalla coppia amica degli Alvino. Gli era stato presentato da Giordani. Colpito dalla presentazione del Movimento fattagli da Chiara, De Gasperi tornò a farle visita a Fregene nello stesso mese. Fu l’inizio di una profonda amicizia che, finché egli visse (morì il 19 agosto 1954), gli offrì sostegno spirituale nelle sue gravi responsabilità di governo. Chiara così lo ricordava: «De Gasperi aveva una fede profonda che sottostava a tutto il suo agire, era la ragione della sua esistenza, la sua forza nell’affrontare le difficoltà. Aveva un’interiore spinta all’unità e lavorò per realizzarla nel partito e in Europa. Anche per questo – penso – sintonizzò subito con la nostra spiritualità, l’amò, l’apprezzò e vi rimase legato».

(continua)

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