E DOPO TRENTO… ROMA!/10


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(1948-1965)

di Oreste Paliotti

Se Trento è stata la “culla” dei Focolari, la tappa successiva, quella della “presentazione al Tempio” per così dire, non poteva essere che Roma. Per la sua vocazione cosmopolita, la Città Eterna costituiva il necessario trampolino di lancio per l’espansione mondiale del Movimento; e quale centro della cristianità doveva dare il suggello della gerarchia ecclesiastica a questa nuova opera sorta in seno alla Chiesa. Quelli che ora andiamo a scorrere in sintesi sono appunto gli anni “eroici” in cui l’ideale dell’unità ha messo radici nella Città Eterna.In questa decima puntata passiamo in rassegna il 1957.

1957. “Maria mistica”. L’incidente sulla Nomentana. Tentativi di sciogliere il Movimento. Le “giornate”

Per il Movimento è un anno di nuovi dolori per diversi gravi motivi, bilanciati però da eventi più confortanti. In febbraio don Foresi viene rimandato a Trento su ordine del Vicariato di Roma, essendo lì incardinato: e ciò per non coinvolgere un sacerdote nell’atteso scioglimento da parte del Santo Uffizio. A Trento però rimarrà solo pochi giorni: chiamato a collaborare col Mondo Migliore, sarà libero di celebrar messa e confessare in quanto il Centro di padre Lombardi dipende dalla diocesi di Frascati e non da Roma.

E’ del 4 aprile una lettera di Chiara ai focolarini: «Nulla manca a chi abbraccia Gesù Abbandonato e tiene Gesù in mezzo». Cosa c’è dietro queste parole? Pur di salvare l’Opera, lei pensa di lasciarne la guida procedendo ad una fusione col Mondo Migliore. Ma l’arcivescovo di Trento, dal quale va a consultarsi, non è d’accordo. Contemporaneamente anche padre Lombardi ne viene sconsigliato dal suo superiore generale, padre Jansen. Soltanto qualche giorno più tardi, il 19 maggio, Chiara rimane vittima di un grave incidente d’auto sulla Nomentana, che la bloccherà per quattro mesi (rottura della clavicola e di varie costole). Alle grandi sofferenze fisiche s’aggiungono prove spirituali tali che lei riesce a restare in vita, confida, solamente tenendo gli occhi fissi sull’Abbandonato. Durante la lunga convalescenza a Grottaferrata, nella Villa Maria Assunta messa a disposizione dalla marchesa Pacelli Rossignani (il cosiddetto “castello”), nell’anima di Chiara si illumina la realtà di “Maria mistica” («Perché la voglio rivedere in te»): compito dell’Opera, cioè, è ripetere nella Chiesa la presenza di Maria, che continua ad offrire Gesù. Seguono nuove comprensioni su Maria che perde Gesù, da lui fatta madre – in Giovanni – di tutta l’umanità e sostegno della Chiesa nascente. Racconta Natalia: «Un giorno siamo andati da Chiara, lei stava tanto male e ci ha trattenuti per poco tempo, ma ricordo molto bene quello che ci ha detto. Disse di aver capito la Desolata come una realtà così forte da voler chiedere a Dio di darle ancora trent’anni di vita, da passare anche chiusa in una torre, pur di vivere questa meravigliosa realtà».

Anni dopo proprio lì, sui Castelli Romani, dovrà sorgere un centro dei Focolari, idea venuta a Chiara prima ancora di Villa Maria Assunta. Lo racconta Giulio Marchesi: «Un giorno, mentre andavamo in due macchine sulla salita che conduce verso Rocca di Papa, ad un certo momento Chiara fece fermare la sua ad una curva, che ricordo benissimo. Ci fermammo in un praticello vicino e lei ci raccontò che aveva sentito come doveva nascere un centro del Movimento e ce ne spiegò il “disegno”».

La storia piuttosto complessa di questo periodo vede tre tentativi per far sciogliere il Movimento, respinti dallo stesso Pio XII: il primo verso la metà di aprile, il secondo il 23 luglio (incaricando il gesuita padre Martegani di rielaborare con i focolarini la Regola), e il terzo qualche giorno dopo (togliendo il dossier sui Focolari al Santo Uffizio e affidandolo al cardinal Pizzardo e a padre Martegani per la soluzione positiva da lui desiderata). Dirà il papa: «Li ho tolti dal Santo Uffizio non per raccomandazione (Montini), ma perché è opera di Dio».

La Mariapoli 1957, grazie alla presenza di numerosi vescovi e di personalità ecclesiastiche dei calibro dei padri Lombardi e Werenfried van Straaten, appare veramente la “città-Chiesa”, tale da attrarre anche le prime suore luterane, le Marienschwestewrn di Darmstadt, con la loro fondatrice, madre Basilea Schlinck. E a proposito di padre Lombardi: invitato a parlare in pubblico nella piazza di Fiera di Primiero, dopo di lui prende la parola Graziella, incaricata da Chiara, che così rievoca l’episodio: «Non fu certo facile per lei salire sul palco dopo una così celebre personalità. Ma lo ha fatto per amore. Narrò la piccola-grande storia, perché storia sacra, di un minuscolo popolo, il nostro, visitato pochi anni prima da un carisma dello Spirito Santo. Parlò e non dimenticò certamente uno dei valori spirituali sublimi più tipicamente nostri che il Movimento porta nel suo seno: la presenza di Gesù dove due o più sono uniti nel suo nome, nel suo amore. Mentre stava concludendo il suo intervento, s’accorse che, dietro di lei, qualcuno sembrava piangesse. Si volse: era proprio padre Lombardi, il quale, colpito evidentemente da quelle parole, prese il microfono e disse che era proprio quello il ritorno di Gesù che lui annunciava, del quale si sentiva come un Giovanni Battista».

Nuovo impulso alla diffusione dell’Ideale vien dato dalle cosiddette “giornate” del Movimento, che prendono l’avvio proprio quest’anno in Francia, Austria e più tardi anche in Germania e in varie città d’ Italia. È’ ancora padre Novo a ragguagliarcene: «Tre domeniche al mese si invitavano persone di tutti i ceti sociali ad incontri che duravano tutta la giornata. Si esponevano tutti i punti della spiritualità e il loro riflesso sociale. Lo scopo era: rinsaldare la vita del Corpo mistico, far sorgere una società nuova che testimoniasse Dio contro l’altra società (quella portata dal comunismo) che testimoniava l’unità di Satana. Era un lavoro di squadre in cui il responsabile esterno era un sacerdote, ma l’anima era una focolarina, un focolarino o un focolarino sposato. Chi governava era Gesù in mezzo. Si faceva la giornata, ogni volta con un tema diverso, poi si telefonava subito a Roma, dicendo quante persone erano venute, i fatti più salienti, come erano andati i discorsi. La quarta domenica del mese ci si ritrovava tutti a Roma per organizzare gli incontri del mese seguente. Ci sono alcune lettere che Chiara scriveva “Alle squadre”. Io facevo parte della squadra con Aletta e Marco, e andavamo a Grenoble e Chambery».

Fa sensazione il lancio nello spazio – il 4 ottobre e il 3 novembre 1957 – dei due satelliti artificiali sovietici Sputnik 1 e 2 (quest’ultimo con a bordo il primo essere vivente: la cagnetta Lajka). S’inaugura così l’era spaziale, che vede l’Urss in gara serrata con gli Stati Uniti. A proposito: Sputnik significa “compagno di viaggio”.

E ancora «nel novembre del ’57 – racconta Giannino Dadda – , progettato da don Foresi, si fa un primo grande lancio di Città Nuova: si mandano tre copie della rivista a varie migliaia di indirizzi di persone conosciute e segnalate da membri del Movimento, preventivamente avvisate. Città Nuova comincia ad essere conosciuta nel mondo catotlico e fuori, in Italia e all’estero, ed attraverso di essa si amplia la conoscenza del Movimento e l’adesione ad esso. Significativo, anche in questo, è stato il contributo di religiose e religiosi missionari. Obbiettivo: arrivare a 10 mila abbonamenti».

Dicembre 1957. Chiara è ancora molto provata per l’incidente d’auto, ma ha in mente – ricorda Danilo Zanzucchi – «una città ideale dove fossero rappresentate tutte le varie realtà urbane, ma così come dovrebbe essere se tutti i suoi cittadini vivessero il Vangelo». Questo sogno, espresso da Danilo artisticamente con un disegno che piace a Chiara, corrisponde «a quello che, anni dopo, si sarebbe realizzato nella cittadelle del Movimento (attualmente una trentina, sparse nei cinque continenti, con case, negozi, sale, atelier, aziende, chiesa e scuole, bozzetti di una società nuova, la cui legge è l’amore reciproco»).

Visitando la Roma di Chiara

Santa Maria della VittoriaPrincipale attrazione di questa chiesa seicentesca situata in via XX Settembre è lo spettacolare gruppo scultoreo dell’Estasi di santa Teresa d’Avila, capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, in una delle cappelle a sinistra. La santa carmelitana tanto cara a Chiara vi è rappresentata con l’angelo che le trafigge il cuore con un dardo. A questa chiesa è legato un episodio tramandato da Dori Zamboni: «Un giorno Chiara si recò a messa in Santa Maria della Vittoria. Appena entrata, notò una donna che piangeva e che le ricordò sua madre, la quale tante volte andava da Gesù a raccontargli le sue pene. Subito si sentì spinta ad aiutarla, per cui le mise una banconota da 10 mila lire sul banco. Durante la messa pensava: “È Gesù che piange, chissà quali dolori la tormentano”. E, tornando dalla balaustra dopo la Comunione, le diede tutto ciò che aveva nel borsellino: 100 mila lire. La donna la guardò sbalordita, tra le lacrime. Uscendo di chiesa, Chiara esclamò: “Voglio vedere come farà il Signore per darmi il centuplo!”. Poi non ci pensò più. Qualche tempo dopo, inaspettata, arrivò una somma cospicua: era il ricavato dalla vendita di un dipinto di valore appartenuto ad una famiglia del movimento».

Sant’Andrea della ValleCostruita per conto dei padri teatini tra fine 1500 e inizi 1600 nel rione Sant’Eustachio, è una tra le più fastose e maestose basiliche romane, dall’alta facciata barocca interamente in travertino. Nel 1964, per impulso di Vitaliano Bulletti (Vita), ripresero in questa chiesa le messe comunitarie che prima si celebravano in piazza Colonna. Vita organizzò un coro in piena regola, formato dai primi focolarini, i cui canti bellissimi animavano queste celebrazioni, sempre molto affollate e sempre seguite da Chiara, che una volta partecipò ad una di esse. Per chi poi desiderava approfondire l’ideale dell’unità, seguiva un incontro presso la vicina chiesa di San Carlo ai Catinari in Largo Cairoli. Così rievoca Danilo Zanzucchi questi appuntamenti tanto opportuni in una città grande e dispersiva come Roma: «Ogni domenica la comunità del Movimento, che contava alcune centinaia di membri, si riuniva per la messa a Sant’Andrea della Valle. La celebrava don Silvano Cola. Le sue prediche al Vangelo erano brevi – non più di otto-dieci minuti -, erano seguitissime e arrivavano al cuore dei presenti. Erano vita vissuta e convertivano, ed erano elementi importanti per il costituirsi della comunità di Roma sempre crescente».

Via Veneto, Corso d’ItaliaVia Vittorio Veneto, comunemente chiamata via Veneto, fa parte del rione Ludovisi. Disegnata alla fine dell’Ottocento, deve la sua fama per essere stata al centro della vita mondana degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie alla presenza di numerosi caffè ed alberghi frequentati da celebrità o aspiranti tali. Si snoda da piazza Barberini a Porta Pinciana, sboccando in Corso d’Italia, che segna il confine col quartiere Pinciano. In Corso d’Italia si trova la basilica di Santa Teresa d’Avila, dei primi del Novecento, una delle chiese frequentate da Chiara, che nel brano di Diario qui riportato, del 4 aprile 1965, cita entrambe le vie. L’”innesto” di cui parla è l’approvazione del Movimento quale “pia unione” alle dipendenze della Sacra Congregazione del Concilio (11 febbraio):

«Da quando ci siamo così innestati nel Santo Padre, Qualcuno mi chiama con veemenza in fondo all’anima ad unirmi a Sé. Sei Tu, mio Dio, al cui pensiero anche in mezzo a via Veneto, a Corso d’Italia, dovunque, mi si commuove l’anima fino nel profondo. E c’è un’oasi in essa, che m’attira come l’unico regno di pace, d’amore… ma così diversa, così diversa dal resto! Mi chiami, mi richiami, mi attiri, mi vuoi! Come sei il Solo per l’anima, quando l’anima è in questa disposizione! E come, con Te, si vedono grandi i peccati, le imperfezioni, le parole in più. Perdono, mio Dio! Quest’unione attendevo, ché altro fine non ha l’unità nostra con chicchessia, sia pure col Santo tuo Vicario, che quello d’aumentare l’unione con Te. E a Te chiedo per lui la massima gloria, la santità». (Diario 1964-65, Città Nuova Ed., 1985, p. 92)

Piazza NavonaQuesto gioiello della Roma barocca ricalca lo Stadio costruito da Domiziano nell’85 d. C. e restaurato da Alessandro Severo nel III secolo. Poteva ospitare 30 mila spettatori. Tra gli elementi di maggior spicco della piazza sono, al centro, la Fontana dei Quattro Fiumi, capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, all’estremità sud la Fontana del Moro, scolpita da Giacomo della Porta, e a quella nord la Fontana del Nettuno, opera di Gregorio Zappalà e Antonio Della Bitta.

Artistiche come queste o umili, antiche o moderne, sono innumerevoli le fontane a Roma, testimoni del rapporto strettissimo che questa città, attraversata dal Tevere e terminale di diversi acquedotti, ha da sempre con le acque. Simbolo divino per Chiara, che così ne parla:

«Le fontane di Roma fresche, pure, armoniose, dolci e ricche d’acqua, stanno a significare che a chi crede in Cristo – come già Lui promise – scaturiranno dal seno torrenti d’acqua viva. Non è degli uomini la sapienza; essi, se buoni, hanno saggezza umana; ma se buoni e cristiani conoscono una luce che non è dell’intelletto. Viene dall’alto pura, limpida, armoniosa ed aiuta a comporre in terra la società degli uomini secondo i disegni di Dio».

Santa CeciliaQuesta stupenda basilica, nel popolare quartiere di Trastevere, è famosa per la statua della martire che spicca sotto l’altare. Il Maderno la raffigurò come si narra di lei che, moribonda per i colpi di scure ricevuti, non potendo parlare, testimoniò la sua fede indicando con le dita Dio uno e trino. Chiara, che questo tempio visitò ammirandone la statua, le dedica questi pensieri: «Cecilia, la santa della musica, conobbe le armonie della Trinità beata, quando per affermare l’Unità e Trinità di Dio, offrì il suo corpo in olocausto a lui, martire d’amore». E ancora: «All’inizio dell’era cristiana, la Trinità era amata in una maniera straordinaria. Abbiamo tutti presente la statua di santa Cecilia, morta con la testa mozzata, con una mano dice “tre”, con l’altra dice “uno”. Era sposata, però Dio era prima di qualsiasi altra cosa sulla terra per lei ed è morta per lui, per testimoniare questa fede che Dio è uno e trino».

(continua)

Santa Croce in Gerusalemme (D)

Questa antica basilica, distante poco meno di un chilometro da quella di San Giovanni in Laterano, è una delle sette chiese di Roma che i pellegrini dovevano visitare a piedi in un giorno intero. Fu edificata nel luogo dove erano i palazzi di Elena, la madre di Costantino, per custodirvi le reliquie della croce di Cristo da lei rinvenute in occasione di un suo viaggio in Terra Santa. Visitando questa chiesa, Chiara conobbe la storia meravigliosa di una bambina ivi sepolta, morta santamente a sette anni non ancora compiuti: Antonietta Meo, detta familiarmente “Nennolina” (nel 2007 è stata dichiarata venerabile da Benedetto XVI). La basilica intitolata alla Croce suggerì a Chiara questi pensieri:

«Forse nessuna cosa è più enigmatica della croce, più difficile da concepire; non penetra nella testa e nel cuore degli uomini. Non entra perché non è capita, perché siamo diventati cristiani di nome, appena battezzati, forse praticanti, ma immensamente lontani da come ci vorrebbe Gesù…».

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