E DOPO TRENTO… ROMA!/13

(1948-1965)

di Oreste Paliotti

Se Trento è stata la “culla” dei Focolari, la tappa successiva, quella della “presentazione al Tempio” per così dire, non poteva essere che Roma. Per la sua vocazione cosmopolita, la Città Eterna costituiva il necessario trampolino di lancio per l’espansione mondiale del Movimento; e quale centro della cristianità doveva dare il suggello della gerarchia ecclesiastica a questa nuova opera sorta in seno alla Chiesa. Quelli che ora andiamo a scorrere in sintesi sono appunto gli anni “eroici” in cui l’ideale dell’unità ha messo radici nella Città Eterna. In questa tredicesima puntata passiamo in rassegna il 1960.

1960. Apertura all’ecumenismo. Al di là della “cortina di ferro”. Si lavora alla Regola

Gli anni Sessanta registrano nel panorama internazionale eventi drammatici, che tengono il mondo col fiato sospeso: la “guerra fredda” tra blocco occidentale e blocco orientale, la crisi di Cuba, la guerra tra i Paesi arabi e Israele, e quella in Vietnam. Nella società italiana si assiste all’influenza crescente della televisione sullo stile di vita e sui valori tradizionali. Nella Chiesa il Concilio Ecumenico Vaticano II, il post-Concilio, l’internazionalizzazione della curia romana operata da Paolo VI e le prime aperture al dialogo ecumenico inaugurano una nuova stagione. E non mancano significative acquisizioni anche nel campo della cultura e della scienza.

Forte il discorso di Chiara del 1° gennaio 1960 sulla donna: «Nella Chiesa presente – afferma tra l’altro – manca Maria. (…) La Chiesa non è solo gerarchica, ma anche carismatica». Parole che avranno un’autorevole conferma anni dopo, quando papa Wojtyla, durante un incontro personale con Chiara, accennerà al “profilo mariano” teorizzato dal teologo von Balthasar.

Il 1960, anno delle Olimpiadi a Roma, si rivela molto importante anche per i Focolari: in seguito a circostanze provvidenziali, infatti, per la prima volta ci si apre al mondo ecumenico, trattando con cristiani di altre Chiese, come pure al dialogo con quanti non professano una fede religiosa. E’ la logica conseguenza di chi vive l’Ideale dell’unità, quello scaturito dal cuore di Gesù Abbandonato, il cui volto appare in tutto ciò che parla di separazione, di divisione.

Sempre a gennaio, per la seconda volta Chiara incontra segretamente a Berlino alcune personalità di Lipsia. E’ un incontro decisivo per il rapporto con la Chiesa cattolica nella Ddr e la diffusione al di là della “cortina di ferro”. Il tutto con la benedizione “attiva” del futuro cardinal Bea. Si può affermare che a questo punto, con l’affacciarsi nel mondo dei non credenti, nasce un “quarto dialogo”.

Il 9 febbraio appare sulla stampa per la prima ed unica volta una nota limitativa del cardinal Siri, presidente della Cei: il divieto per i sacerdoti e religiosi in Italia di frequentare i raduni dei Focolari e appartenervi. Più tardi verrà chiarito che questa «disposizione della Cei non vuol dire in nessun modo la soppressione della Lega (…) con una personalità e una individualità distinta da quella dei Focolari». Il divieto sarà rimosso dopo l’approvazione del 1962, sia pure con ritardo.

Ancora in febbraio prende avvio, nella “Mariapoli” di Grottaferrata, un altro centro che si aggiunge a quelli già nati, il Centro San Matteo per l’economia, “seme” di quello che sarà il progetto Economia di Comunione. E maggio porta la novità di un altro “seme” destinato a fruttificare: nella capitale, in un vecchio garage di 80 metri quadri, nasce dall’iniziativa di tre focolarine artiste (Ave Cerquetti, Marika Tassi e Tecla Rantucci) la prima espressione artistica in équipe dei Focolari. «Sazia questa sete di bellezza che il mondo sente, manda grandi artisti, ma plasma con essi grandi anime che col loro splendore avviino gli uomini verso il più bello tra i figli degli uomini, Gesù!»: queste parole inviate da Chiara sono il “manifesto” del neonato Centro Ave (si trasferirà poi a Loppiano fin dagli inizi della cittadella), il fondamento del lavoro non solo per le iniziatrici, ma anche per tutti gli artisti che, con tecniche varie, sentiranno negli anni la stessa spinta a vedere il talento artistico come dono da fare anche se con declinazioni, forme, ispirazioni e luoghi diversi.

Il 28 luglio, mentre Chiara riposa a Oberiberg in Svizzera, tutto il Movimento è scosso dalla morte per incidente di Andrea Ferrari, il primo focolarino che lascia questa terra. Confortante per Chiara un realistico sogno in cui Andrea le annuncia «l’alba radiosa della risurrezione», anticipando l’approvazione da parte della Chiesa che arriverà nel marzo 1962.

Nello stesso mese di luglio, in occasione di un nuovo viaggio in Germania, lei incontra un gruppo di studenti di teologia e a Darmstadt le suore Marienschwestern (luterane), presenti tre pastori luterani meravigliati nel costatare come dei cattolici parlino di Vangelo e lo vivano così intensamente.

Siccome da parte della Cei, alla quale il papa ha chiesto un parere sul Movimento, è venuta fra l’altro la richiesta di non organizzare nessuna Mariapoli in Italia, ma solo scuole di formazione, ad agosto questa convivenza estiva si trasferisce a Friburgo (Svizzera), presenti più di 500 persone. Chiara interviene con un suo discorso: “Il popolo di Dio”. Nasce per l’occasione il “Bureau internazionale Santa Caterina”.

Durante questi mesi si lavora alla Regola per presentarla alla Cei, che suggerisce, data la complessità del Movimento, di restringersi ai rami femminile e maschile dei consacrati.

All’approvazione votata all’unanimità, nel mese di luglio, da tutta la Conferenza episcopale tedesca legata alla Ddr, fa riscontro in novembre il “voto” negativo della maggioranza dei presidenti delle conferenze episcopali regionali italiane. Malgrado ciò, il Vaticano decide l’approvazione, cercando la pacificazione degli animi col temporeggiare.

Agli inizi di ottobre muore, dopo due anni di malattia, l’on. Tarcisio Pacati. Nativo di Clusone, è stato uno dei primi parlamentari ad aderire all’ideale dell’unità. Carissimo a Giordani, che lo definisce «nostro compagno di fede, di speranza e di carità».

Va detto anche che il 1° gennaio di quest’anno 1960 Città Nuova si è trasferita da viale Libia in via della Scrofa 14, su tre piani, di cui il quinto diverrà per un anno il centro del Movimento (più tardi questo punto di ritrovo quotidiano di Chiara, don Foresi e Giordani traslocherà nella vicina piazza di Tor Sanguigna n. 13, presso la sede del Centro Uno, sorto per coordinare tutta l’attività ecumenica dei Focolari).

Visitando la Roma di Chiara

Santa Maria degli Angeli e dei MartiriA poche centinaia di metri dalla stazione Termini, in piazza della Repubblica (che i più si ostinano a chiamare col vecchio nome di piazza Esedra), sorge questa basilica eretta per volere di papa Pio IV da Michelangelo, che utilizzò l’aula centrale (tepidarium) delle Terme di Diocleziano. È anch’essa una delle chiese frequentate da Chiara, legata ad un episodio ricordato da Nereo Bolognani (Sbrizz): «Il 23 settembre del 1953 ci ritrovammo lì con Chiara per fare la nostra consacrazione a Dio, dopo averne avuto il permesso da padre Tomasi, l’allora assistente del Movimento per Roma. Eravamo un gruppo numeroso di focolarine e focolarini, tutti inginocchiati sulla balaustra dell’altare di sinistra, dove adesso c’è il nuovo organo». Altro episodio, riferito stavolta da Eli Folonari: «Una mattina, subito dopo la messa in basilica, eravamo risalite in auto quando Chiara mi chiede un pezzo di carta e si mette a scrivere. Di getto, compone un testo che riflette il suo intimo ringraziamento a Gesù dopo la Comunione». Pubblicato su Città Nuova n. 9 del 1960 col titolo Gratitudine, comincia e termina con le parole «Ti voglio bene». Scrive Florence Gillet: «È il suo Magnificat di quel giorno, nel quale ella racconta la sua storia d’amore con Gesù: Chiara rilegge la sua vita e la vede tutta intessuta dell’amore di Gesù Eucaristia per lei». A questa basilica si riferiscono alcuni ricordi di Luigi Liberati, all’epoca un ragazzino: «Con Rita mia sorella, conoscendo questa abitudine di Chiara, facevamo in modo che ci fossimo anche noi a quella messa delle 12. Il risultato era che quasi sempre ci accompagnava a casa in macchina. Chissà quante volte siamo stati inopportuni, ma l’amore di Chiara era sempre pieno e travolgente: avevamo l’impressione che lei non aspettasse altro che incontrarci».

Roma dall’altoIl 1960 registrò alcuni viaggi di Chiara in Germania. Probabilmente i pensieri seguenti, apparsi su Città Nuova n. 20 del 1960, le furono suggeriti in occasione di una di queste trasferte, mentre l’aereo su cui viaggiava sorvolava l’Urbe: «Se sorvoli Roma in aereo e la guardi nei suoi particolari, il cuore ti si gonfia dalla gioia e dall’orgoglio d’esser figlio di questa terra e cittadino, magari, dell’eterna città. Ma, alle volte, vedendo dall’alto questi monumenti famosi tanto minuscoli, ti sconcerti. Appena appena scopri San Pietro e il Colosseo e Trinità dei Monti e l’Ara Coeli… ma l’uomo? L’uomo non lo vedi se non come formica pensata in quei microscopici insetti che si muovono nelle strade. Più ti sgomenti ancora se pensi alle stravaganti imprese negli spazi, al viaggio sulla luna, al futuro astronautico che ci attende. E l’uomo? E un senso di sbigottimento t’invade per quello che sei e per quello che sono questi miseri fratelli tuoi, viventi in un attimo di tempo e circoscritti in un grammo di spazio… Allora, però, se sei cristiano, ti sovviene un pensiero divinamente umano; pieno di tenerezza e di consolazione, che t’equilibria la vita, togliendola dallo smarrimento: la dolce figura dell’Infinito fatto uomo: Gesù, alto come te che passeggia per una via di una città come la tua, morto, forse più giovane di te. E in lui, solo per lui, ti senti re di questo immenso universo che ti circonda e lo domini dal vertice più alto, da quello dello spirito».

Foro ItalicoQuesto vasto complesso sportivo alla base del Monte Mario (fu inaugurato nel 1932 col nome di Foro Mussolini) ha suggerito a Chiara, nel 1960, anno delle Olimpiadi romane, questi pensieri: «Gare, classifiche, Olimpiadi. Tutto bello e sano e buono: l’uomo dimostra la sua potenza, il suo stile, la sua arte. Anche mediante lo sport la creatura rende lode a Dio che l’ha plasmata. Ma mentre corri e salti o lanci e nuoti non dimenticare la corsa della vita. Hai visto come passa il tempo e come corron gli anni e quanti, quanti, giorno per giorno, danno alla bella terra l’ultimo saluto? Anche per te verrà questo momento estremo. Anche per te, attore o spettatore oggi di giochi olimpici, si stenderà il giudizio sul tuo valore. Allenati per risponder bene quando il Giudice eterno ti chiederà quel che più vale: “Hai sfamato l’affamato? Hai vestito l’ignudo e visitato il carcerato? E dissetato? E consolato? E sopportato? E pregato? E istruito l’ignorante?”. Che tu possa rispondere: “Sì, Signore, tutto questo feci, vedendo nei fratelli il tuo divino Volto”».

Via della Scrofa n. 14Così denominata da un antico rilievo marmoreo raffigurante una scrofa e trasformato in fontanella nel 1580, ricalca esattamente il tracciato di un’antica strada romana ed è condivisa da due rioni: per un tratto appartiene al rione Sant’Eustachio e per l’altro al rione Campo Marzio. Al civico 117 della via, ad angolo con piazza Nicosia, è situato il palazzo Aragona Gonzaga, che – come illustra una lapide – ospitò il poeta Torquato Tasso e il futuro santo gesuita Luigi Gonzaga. La storia del Movimento invece registra in questa via la nuova sede dove, dal 1960 al 1969, confluì la gestione di Città Nuova rivista e, successivamente, dell’editrice e della tipografia. Come racconta Gino Lubich: «Venne il 1960 e a febbraio Città Nuova fece un salto qualitativo, passando dalla stampa a macchina piana al rotocalco. Lasciata la stamperia dell’epoca pionieristica, la rivista uscì – con una foto di copertina che anticipava l’evento delle Olimpiadi di Roma – dalla “Stampatrice Novissima”, uno stabilimento moderno e ben attrezzato, dalle parti di Santa Croce in Gerusalemme. Nel frattempo anche la redazione aveva compiuto un nuovo trasloco, in cerca di una sistemazione più razionale, occupando un appartamento in via della Scrofa, proprio nello slargo su cui s’apre il celebre ristorante “Da Alfredo”. Ora, pure nella limitatezza delle sue possibilità, Città Nuova poteva disporre di uffici nel vero senso della parola e quantomeno degli strumenti di lavoro indispensabili. Anche i compiti dei singoli avevano trovato, infine, una loro distribuzione. Voglio dire che i redattori potevano dedicarsi adesso al loro impegno preciso, affidando ad altri – nel caso specifico Danilo Zanzucchi – l’impaginazione della rivista, la costruzione dei titoli, la scelta delle fotografie». In questo stabile erano utilizzati i locali del primo piano, int. 1 e 1b, del terzo piano, int. 5, e tutto il quinto piano, int. 10. All’interno 1b c’erano l’ufficio di Spartaco Lucarini, direttore responsabile, e quello dell’amministrazione e abbonamenti con Walter Guidotti. Nel locale d’ingresso di tale appartamento erano sistemate, nel 1960, le copie dei primi due volumi pubblicati con la sigla Città Nuova: Meditazioni ed Esperienze. Don Foresi decise poi di staccare la produzione dei libri dalla rivista, e nel marzo di quell’anno uscì Il messaggio sociale del cristianesimo di Igino Giordani. Incaricato della diffusione dei primi tre titoli Giannino Dadda. Dopo i risultati delle vendite, anche nelle librerie, si poteva dir nata l’editrice, cui venne riservato l’appartamento dell’int. 5. La redazione della rivista invece, con Guglielmo Boselli, Gino Lubich e Antonio Petrilli, era sistemata al quinto piano, int. 10. Ma non c’era spazio sufficiente. Una parte di questo stesso piano, infatti, era utilizzata come sede del Movimento, con uffici per Chiara, don Foresi e Giordani. Qui nacquero e si incontravano i primi centri di irradiazione: Centro S. Caterina per la politica, Centro Beato Angelico per l’arte, Centro S. Matteo per l’economia.

Piazza Firenze n. 24Qui, all’inizio del 1960, si era sistemata la redazione delle cinque edizioni estere di Città Nuova: estere, ma fatte a Roma, impaginate da Cesco Zagolin; redazione che rimase lì fino al novembre 1960, quando traslocò in via della Scrofa n. 14, int. 5, rimanendovi fino al suo scioglimento, quando ogni rivista venne curata nelle varie zone estere del Movimento. Prese il suo posto in piazza Firenze parte della redazione di Città Nuova italiana con Gino Lubich, che seguiva anche la stampa in tipografia, e Danilo Zanzucchi, che si occupava invece dell’aspetto grafico e dell’impaginazione. Il nuovo ambiente – un grande appartamento al primo piano sopra un noto ristorante – ci viene descritto ancora da Gino: «Un mezzanino d’un antico palazzo, con i soffitti bassi e le finestre piccole affacciate alla piazzetta, ma ci si stava abbastanza bene. Ora le macchine per scrivere erano due e i redattori fissi più di due. Insomma si migliorava, si progrediva. Anche il giornale si faceva più ricco di argomenti, più vario di firme, più attento ai fatti dell’umanità». Per due anni parte dell’ufficio venne usato anche per l’attività dell’editrice, in rapido sviluppo. Qui, nel 1961, avvenne un episodio riguardante la pubblicazione di un volume che ebbe particolare successo: 30 mila copie vedute in poco tempo, con ristampe successive: Eppure non era la verità, confessione di un dirigente comunista della Germania dell’Est, Herbert Prauss, disilluso e ingannato dall’esperienza del suo partito. Per l’editrice fu una boccata di ossigeno e l’inizio dell’accoglienza dei suoi volumi anche nelle librerie laiche, per il Movimento la dimostrazione, presso l’autorità ecclesiastica, di non essere “filocomunista”, come alcuni temevano. «Difficile dimenticare – rievoca Giannino Dadda – la scena avvenuta nell’ufficio dell’editrice: don Foresi, esultante, mostrò una lettera del cardinal Ottaviani, il quale, letto l’intero volume di Prauss in una notte, ne ordinava subito 200 copie». Redazione e ufficio grafico della rivista rimasero in piazza Firenze fino al 1962, quando ritornarono in via della Scrofa, occupando il quinto piano lasciato libero del centro del Movimento, che s’era trasferito presso il Centro Uno in piazza di Tor Sanguigna. 

(continua)

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