E DOPO TRENTO… ROMA!/14

(1948-1965) di Oreste Paliotti

Se Trento è stata la “culla” dei Focolari, la tappa successiva, quella della “presentazione al Tempio” per così dire, non poteva essere che Roma. Per la sua vocazione cosmopolita, la Città Eterna costituiva il necessario trampolino di lancio per l’espansione mondiale del Movimento; e quale centro della cristianità doveva dare il suggello della gerarchia ecclesiastica a questa nuova opera sorta in seno alla Chiesa. Quelli che ora andiamo a scorrere in sintesi sono appunto gli anni “eroici” in cui l’ideale dell’unità ha messo radici nella Città Eterna. In questa quattordicesima puntata passiamo in rassegna il 1961.

1961. Prima scuola di formazione a Grottaferrata. S’intensifica l’attività ecumenica. Prima pietra del Centro Mariapoli di Rocca di Papa

20 gennaio: il nuovo presidente Usa John F. Kennedy pronuncia il giuramento davanti al capo della suprema corte di giustizia. E’ l’anno della Mater et magistra, la grande enciclica sociale di Giovanni XXIII, e del primo volo spaziale umano: quello del russo Jurij A. Gagarin (12 aprile), che precede il primo volo americano con equipaggio di Alan Shepard (5 maggio).

In febbraio Chiara si reca a Budapest con Aldo Stedile (Fons), per far visita a una sua cugina, Terezia Végh, e il 2 maggio, per la prima volta, in Brasile, a Recife, dove nasce la prima idea della “Lauretana”: il focolare cioè dove abita il/la responsabile di una zona territoriale. Segue l’apertura a Roma della “lauretana” femminile con Lia Brunet.

Nel mese di maggio esce Pensieri, seconda raccolta – anche stavolta anonima – di meditazioni di Chiara già apparse su Città Nuova.

In settembre, nella Conferenza annuale di Fulda, voto unanime della Conferenza episcopale tedesca in favore della presenza attiva dei Focolari in Germania. Figure come Dőpfner e Bengsch, dietro stimolo del cardinal Bea, impegnano il loro prestigio per facilitare l’approvazione alla Curia romana, dove Parente e Palazzini sono decisamente favorevoli. Il 12 dello stesso mese s’inaugura «in nome di Maria», a Grottaferrata, la prima scuola di formazione (maschile e femminile).

Quest’anno vede intensificarsi l’attività ecumenica: primi contatti con la Chiesa anglicana nel Regno Unito attraverso il canonico Pawley (che sarà osservatore permanente dell’arcivescovo di Canterbury e York al Vaticano II); nascita del Centro Uno per l’ecumenismo, la cui direzione è affidata a Igino Giordani (con sede in piazza di Tor Sanguigna, vicino a piazza Navona); dal 26 al 28 maggio, a Violau (Germania), Mariapoli ecumenica con cattolici ed evangelici; e in ottobre prima visita a Roma degli evangelici amici del Movimento.

Per iniziativa di Chiara, Marco Tecilla inizia la sua missione in Jugoslavia, dove rimarrà fino al maggio del 1963, quando Cengia è in prigione a Praga.

27 ottobre: Chiara incontra nel suo ufficio presso il Centro Uno padre Pedro Richards, passionista fondatore del “Movimiento Familiar Cristiano”. E l’11 novembre la troviamo a Lourdes, dove parla ai suoi della “funzione dell’Opera di Maria nella Chiesa: l’unità”.

Il 20 novembre, a Rocca di Papa, le ruspe iniziano a scavare il terreno dove l’8 dicembre ci sarà la posa della prima pietra del Centro Mariapoli (ora Centro dell’Opera) in via di Frascati n. 306. Architetti: Cesco Zagolin e Nino Marabotto. Direttore dei lavori: Cesco, poi Danilo Zanzucchi. Tutti e tre focolarini sposati.

Si moltiplicano intanto i segnali dell’imminente approvazione. In dicembre, la Radio Vaticana, in un programma in lingua latina per il clero, trasmette una serie di servizi per presentare i punti fondamentali della spiritualità focolarina e parla di «un mirabile Movimento che il Signore ha suscitato nei nostri tempi».

Nasce a Grottaferrata, la “Tipografia Mariapoli”, poi “Tipografia Città Nuova”.

Visitando la Roma di Chiara

Via Giuseppe VasiGià alla fine degli anni Cinquanta, con la chiusura del focolare maschile di piazza Lecce, s’era aperto in questa traversa secondaria di via Nomentana, al n. 36/3, un focolare i cui membri cambiavano a ritmo continuo. Nell’estate del 1961 ne faceva parte anche Vincenzo (Eletto) Folonari, sul quale abbiamo una testimonianza di Filippo Giarratana: «Fu Eletto ad accogliermi la prima volta che misi piede in quell’appartamento in via Vasi, un volto tra i tanti che andavo conoscendo in quei miei primi contatti coi focolarini. Un giorno lo incontrai in una strada del centro e facemmo un tratto insieme. Davanti ad un elegante negozio di camicie si fermò a guardare. Gli chiesi se doveva comprare una camicia, facendogli notare gli alti prezzi esposti. Mi rispose che era un po’ indeciso se comprarla o farsela confezionare con una stoffa che gli avevano regalato. “Tu non hai bisogno di una camicia?”, mi chiese all’improvviso; e mi propose uno scambio. Al posto della stoffa che mi avrebbe dato, io gli avrei dato i soldi di una camicia dal costo medio.  “La stoffa che mi hanno regalato – chiarì – è seta, seta giapponese… Vedrai, sarai contento”. Accettai. Pochi giorni dopo conobbi la sua storia, il suo nome di battesimo, Vincenzo, e la prestigiosa e ricca famiglia Folonari a cui apparteneva; così che, quando avvenne lo scambio e vidi la stoffa, capii il vero motivo della sua decisione e della rinuncia ad indossare, per vivere integralmente lo spirito di povertà che aveva scelto, una camicia di tale pregio e valore. Per lui fu un “affare” di povertà vissuta, per me un “affare” di povertà da imitare. Cosa che feci subito regalando la seta alle mie sorelle in Sicilia. Ma neppure loro la usarono, conservandola per qualche occasione… speciale. Passò qualche mese ed io, che intanto avevo vinto un concorso statale, optai per il nuovo lavoro che mi avrebbe consentito, più agevolmente, di formarmi e mantenere una famiglia. Andai al nord. Una mattina mi giunse la notizia della scomparsa di Eletto nelle gelide ed infide acque di un lago ove si era tuffato per salvare la vita ad un ragazzo. Neppure i sommozzatori – riferiva il giornale – riuscirono a trovare il suo corpo. «Ha dato proprio tutto sé stesso in un atto d’amore» non potei non commentare, pregando per la sua pace. Mi sposai, nacque nostra figlia Maria Chiara e le mie sorelle, con la seta regalatami da Eletto, confezionarono per lei una elegante veste battesimale, impreziosendola coi loro ricami. Veste che fu usata, come seppi dopo, per tanti altri battesimi di figli di parenti e di amici. Tornato a Frascati, seppi un giorno che un mio caro amico d’infanzia, Nunzio Caglia, era stato ricoverato all’ospedale “Regina Elena” di Roma. Aveva un tumore, ma lui, pur medico, rifiutava la diagnosi e la necessità delle cure. Non accettava il suo stato e ne soffriva. Andai a trovarlo. Pregavo per saper trovare le parole e i gesti più appropriati. Lo assisteva la moglie ed io, seduto al suo capezzale, tra le varie notizie e i comuni ricordi dei tempi della nostra giovinezza, seppi che il suo nipotino, al battesimo, aveva indossata la veste prestata dalle mie sorelle. “Sono contento – dissi subito –, perché quella veste è per me come una reliquia: ha sotto una storia…”. E raccontai di Eletto, di quella seta che non aveva voluto indossare per vivere il suo spirito di povertà, del suo “Ideale” che era diventato anche il mio e… dei “tempi di guerra”. Fu attentissimo, e lo furono anche le due figlie che intanto erano arrivate. Tornato a trovarlo, gli portai in regalo il libro di Igino Giordani Tre focolarini con la storia e la foto di Eletto. Mi abbracciò commosso. “Lo ha letto la sera stessa – mi riferì poi la moglie – e lo ha riletto ancora; qualche giorno dopo mi ha fatto cercare il cappellano per confessarsi”. Lei aveva le lacrime agli occhi, ma anche pui che mi ringraziò ancora per il libro. Ora era più forte, aveva capito la gravità del suo stato e ne accettava anche le sofferenze. Che non lo abbandonarono più. Dimesso, fu riportato a casa dove, dopo poco tempo, serenamente si spense. Alla notizia ringraziai Eletto per quella setta che mi aveva donato tanti anni prima».

Piazza di Tor Sanguigna n. 13Al primo piano di un palazzo sorto sui ruderi dello Stadio di Domiziano, tra piazza Navona e piazza di Tor Sanguigna, nel 1961 nasceva il “Centro Uno”, una segreteria per il dialogo ecumenico. Ne fu responsabile Igino Giordani, coadiuvato da una équipe di focolarine. Ricorda Gabri Fallacara, succeduta a Giordani nella guida del Centro: «A questo ufficio Giordani lavorò quotidianamente, per quindici anni, portandovi la ricchezza della sua dottrina resa semplice dal suo casto humour, la sapienza della sua interpretazione degli avvenimenti, la genialità di un lavoratore che sa sperare e attendere  ma non rimanda mai al domani quello che può fare oggi. Io lo ricordo così: immediato e giovanile, cuore immenso da patriarca, imprevedibile nell’umiltà, sicuro nella preghiera, godeva di una profonda comunicabilità con giovani, con personalità, con ecumenisti: vescovi delle Chiese ortodosse, delle Chiese della Riforma e della Comunione anglicana, esponenti zwingliani e calvinisti, membri di molte confessioni si trovavano con stupore accolti in un dialogo, che spesso “apriva orizzonti nuovi”». Qui nel 1962 si trasferì da via della Scrofa il centro del Movimento. La lunga balconata che caratterizza l’affaccio di questo palazzo sulla piazza faceva parte dei locali occupati dal Centro Uno: le due finestre da sinistra corrispondono allo studio-salotto dove Chiara riuniva in Consiglio dell’Opera e incontrava personalità della Chiesa cattolica e di altre confessioni cristiane.

Via della Lupa n. 10 Liberati i locali di piazza Firenze, venne preso in affitto in questa via un appartamento che diventò il primo magazzino libri ed ufficio spedizioni, con fatturazione. In questo locale al primo piano, con tavolino e macchina da scrivere per preparare le fatture e gli indirizzi, sistemato in mezzo a pile di libri, lavorò Eletto Folonari fino all’ultimo: il 12 luglio 1964, infatti, sarebbe scomparso tragicamente, durante una gita, nel lago di Bracciano. Un giorno Bruna (Veri), la più giovane delle sue sorelle, lei pure in focolare, gli fece un’improvvisata proprio in quell’ufficio. Ecco la sua testimonianza: «Si alzò prontamente dalla sua scrivania (dove stava battendo a macchina delle fatture), e mi venne incontro, pieno di gioia per la sorpresa. Sono rimasta impressionata da quell’ufficio ordinato, funzionale, armonioso, lustro, semplice: rispecchiava il suo modo di vivere quotidiano, che traspariva dai suoi occhi. Mi è sembrato di essere entrata in una sorta di “cattedrale2, tanto vi ho sentita viva la presenza di Dio. Io ero invece piuttosto agitata per aver lasciato l’automobile in divieto di sosta lì sotto, giusto il tempo di consegnare una busta… Ma vedendo la disponibilità di Eletto, ho approfittato per lasciargli un foglietto con una lista di una quindicina di numeri di Città Nuova, che mancavano alla nostra   collezione di diverse annate, chiedendogli se poteva mettermeli da parte quando avesse trovato il tempo. Ma lui in due minuti me li ha trovati tutti. Mi ha anche confidato il suo segreto: “Sai, da qualche tempo ho capito che devo fare le cose con calma. Mi sono accorto che se faccio le cose con fretta, le faccio male, devo trovare il tempo per rifarle e soprattutto mi dimentico di farle per Dio. Invece se le faccio con calma, mi ricordo di lui, cerco di farle bene in modo che anche gli altri ne possano usufruire e poi rimangono (nell’al di là). E mi accorgo che risparmio perfino tempo!..”».

Sant’Agostino in Campo MarzioSiamo non lontano da piazza Navona, nel rione Sant’Eustachio. Questa basilica – una delle chiese frequentate da Chiara quando si recava a Città Nuova in via della Scrofa o al Centro Uno in piazza di Tor Sanguigna – domina la piazzetta omonima con l’alta scalinata e la facciata quattrocentesca, costruita utilizzando il travertino proveniente dal Colosseo. Officiata dagli agostiniani, è uno scrigno di capolavori (basti pensare alla Madonna di Loreto o dei pellegrini di Caravaggio, al Profeta Isaia di Raffaello, alla Madonna col Bambino di Andrea Sansovino). Ospita inoltre la tomba di santa Monica, madre di sant’Agostino, i cui resti, rinvenuti nella chiesa di Sant’Aurea ad Ostia nel 1430, vennero qui traslati. Si può immaginare la preferenza di Chiara per questa chiesa: le ricordava quel ricercatore appassionato della Verità che era il vescovo di Ippona, con il quale avvertiva una particolare sintonia. Come appare da questa sua lettera del 1943: «Che la vostra giovinezza non scappi e fra i singhiozzi di una vita fallita non vi tocchi dire con sant’Agostino: “Tardi t’ho amato!”». E più volte, specie in occasione di incontri spirituali, Chiara amava ricordare queste altre celebri parole del santo, tratte dal suo Commento alla prima lettera di Giovanni: «Ama e fa’ ciò che vuoi. Se taci, taci per amore; se parli, parla per amore; se correggi, correggi per amore; se perdoni, perdona per amore. Abbi sempre in fondo al cuore la radice dell’amore; da questa radice non possono che sorgere opere buone».

(continua)

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