Cecilia e Ludovica

Itinerari

di Oreste Paliotti

Cecilia  e Ludovica

Sorelle nella fede. Due capolavori di scultura a Trastevere

Sono sante ed entrambe sepolte nel rione Trastevere, eppure quanto diverse tra loro per l’epoca e il modo in cui si consumò il rispettivo itinerario terreno! Vissuta tra il II e il III secolo, Cecilia, popolarmente nota per essere patrona della musica, di strumentisti e cantanti, era una nobile vergine romana che per non rinnegare Cristo subì il martirio per decapitazione: di lei si sa poco, e quel poco sa di leggenda. Di Ludovica Albertoni, invece, anche lei nata da nobile famiglia romana, anche lei vissuta a cavallo di due secoli, il XV e il XVI, sappiamo molto: sposa e madre esemplare di tre figli, poi vedova, poi terziaria francescana favorita da doni mistici, morì in povertà dopo una esistenza spesa per assistere i bisognosi, gli ammalati e per dotare le fanciulle povere, particolarmente durante il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi (1527).

Due sorelle nella stessa fede, il cui nome è legato anche a due capolavori scultorei che le raffigurano, l’uno nella splendida basilica di Santa Cecilia, l’altro nella chiesa di San Francesco a Ripa Grande.

Prima opera scultorea di Stefano Maderno, realizzata a ventitré anni, la martire Cecilia è riprodotta fedelmente nella stessa posizione in cui venne rinvenuto il suo corpo allorché fu aperto il sarcofago in occasione dei restauri del 1599 nella chiesa a lei dedicata: giacente su un fianco, con la testa velata piegata indietro a mostrare la ferita del collo e le mani che indicano simbolicamente il mistero del Dio Uno e Trino. La statua, in marmo pario, è collocata sotto l’altare centrale, in una nicchia rivestita di marmo nero che ne esalta il candore e la luminosità. Quando nel 2002 è stata rimossa per essere restaurata, non ci si aspettava di scoprire che Maderno aveva conferito delicate fattezze classiche anche alla parte non visibile del volto.

Da Santa Cecilia alla non lontana chiesa francescana. Qui, nella cappella privata della famiglia Altieri, si rimane colpiti dal mirabile effetto scenografico con cui, pur in uno spazio ridotto, la statua di Ludovica è offerta alla vista sopra l’altare. A scolpirla in marmo di Carrara, tra il 1671 e il 1674, fu un Gian Lorenzo Bernini ormai settantenne, che riprese  – in modo più semplice e sobrio, ma anche più incisivo – il tema dell’estasi cristiana già realizzato nella Santa Teresa della cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria. La beata, illuminata lateralmente dalla luce naturale proveniente da una finestrella, è adagiata su un letto finemente ricamato nel marmo, che sembra galleggiare su un sontuoso drappo di diaspro rosso: bellissimo il contrasto col marmo candido della figura. La sua è un’agonia estatica, come significato dal movimento convulso della figura, delle mani portate al petto, dall’espressione del volto, dalle stesse agitate pieghe delle vesti.

Fa da sfondo alla statua della Albertoni una tela di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccia, raffigurante la Madonna con Gesù Bambino e sant’Anna, inquadrata da teste di cherubini in stucco, cinque per lato. Voluto è il contrasto tra i colori più cupi del dipinto e il candore del marmo, tra la serenità paradisiaca che è l’atmosfera del primo e l’agitarsi convulso della figura distesa, tra i viluppi delle vesti dipinte e le vertiginose pieghe scolpite.

La giovane martire ci appare nella pace della morte, il corpo languidamente abbandonato come un fiore reciso, su cui riposano le vesti in eleganti pieghe: l’offerta è compiuta, la testimonianza data per sempre. Al contrario, la mistica francescana è colta drammaticamente nel momento del trapasso prima di accedere anche lei all’agognato incontro. Cecilia e Ludovica: così diverse, così sorelle nell’amore all’unico Sposo.

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