Il cielo sulla terra

Itinerari di Oreste Paliotti

Riflessioni davanti ad un singolare dipinto, tutto da scoprire fra i tanti capolavori della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma

Talvolta, osservando con attenzione certi dipinti dei grandi maestri presenti nei nostri musei e gallerie, capita di essere attratti da alcuni particolari secondari rispetto al personaggio o alla scena raffigurati: sono scorci di paesaggi o nature morte, quasi piccoli capolavori nel capolavoro. È accaduto di recente a me, visitando la Galleria Nazionale d’Arte antica in Palazzo Barberini, dove sono concentrate opere di autori come Gian Lorenzo Bernini, Caravaggio, Van Dyck, Hans Holbein, Beato Angelico, Nicolas Poussin, El Greco, Raffaello, Tiepolo, Tintoretto, Rubens, Murillo, Jusepe de Ribera e Tiziano, solo per citarne alcuni.

In una delle sale al pianterreno, la mia attenzione s’è concentrata sopra l’opera di un pittore peraltro a me sconosciuto: Pedro Fernandez, uno spagnolo di Murcia, che visse a cavallo tra il XV e il XVI secolo e fu attivo fra Roma, Napoli e la Lombardia. Intitolato La visione del beato Amedeo Menez de Sylva ed eseguito agli inizi del Cinquecento, il dipinto – una tavola monumentale – proviene dalla chiesa dell’eremo di Montorio Romano, in Sabina, dove questo mistico francescano del XV secolo ebbe alcune visioni, eremo che divenne luogo di culto per i suoi seguaci, che in suo onore si sarebbero chiamati Amadeiti. Piuttosto movimentata la vita di questo beato: sempre in cerca di nascondimento e tranquillità spirituale, mentre a sua volta era ricercato da grandi personaggi e dalle folle a motivo della sua fama di santità, ebbe a soffrire da parte dei superiori, sospettosi per le novità e le guarigioni che gli si attribuivano nonché per la sua inclinazione alla vita eremitica. Finché, chiamato da papa Sisto IV a Roma nel 1472, fondò sul Gianicolo la chiesa di San Pietro in Montorio, celebre per il tempietto eretto da Bramante sul leggendario luogo della crocifissione di san Pietro e per la caverna in cui lo stesso beato dialogava spiritualmente con l’arcangelo Gabriele.
Il dipinto è quasi tutto occupato dalla rappresentazione del tempio celeste gremito di personaggi: Gesù e Maria, con attorno una corte di angeli e santi. Per esso, Pedro Fernandez si ispirò chiaramente all’architettura di Bramante, mentre gli stimoli ricevuti da Leonardo sono evidenti nei volti caratterizzati di alcuni personaggi e l’influsso di Raffaello nella stessa composizione, che ricorda la Disputa del Sacramento nelle Stanze Vaticane. A mezza altezza è raffigurato il beato Amedeo che, estatico, conversa con l’arcangelo Gabriele, il quale gli addita, su un cartiglio, la frase in latino, tratta dal Vangelo di Giovanni, con cui Cristo si congeda dai discepoli: «Verrò a voi di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà».

Una corona di nuvole separa la visione celeste da quella terrena, che occupa la parte inferiore della tavola: ed è questa, a mio avviso, la scena più stupefacente. Si tratta di un vasto paesaggio palustre irto di incredibili roccioni e monti a pan di zucchero assolutamente privi di vegetazione, taluni collegati tra loro da esili ponticelli tesi su vertiginosi abissi. Unici segni di presenza umana nell’immensità desolata della natura sono, in basso a destra, uno sperduto paesello montano e, appena percepibili come formichine, alcune figure umane sparpagliate qua e là sulla terraferma o intente a vogare su barchette. In primo piano la macchia verde cupo di un boschetto di alberi risalta violentemente sul fondale inondato di luce, tra nebbioline che velano le lontananze, mentre una grande scala di legno a pioli, che sembra quasi esterna al quadro, collega la parte inferiore a quella superiore.

Cosa colpisce in questa rappresentazione? A differenza della più convenzionale scena celeste, la cui struttura monumentale oltre la cerchia di nuvole appare ben solida, piuttosto che eterea, l’inferiore, così palesemente visionaria, è a mio parere quella dove Pedro Fernandez si è sentito più libero di esprimersi. Voleva forse rendere omaggio alla solitudine sempre agognata dal beato Amedeo, ricordarci con lui che è su questa terra, dove si gioca il nostro destino eterno, che l’uomo può sperimentare un anticipo di ciò che l’attende nell’al di là?

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