Marmi che viaggiano

Itinerari di Oreste Paliotti

Quando Roma imperiale divenne la “città del marmo”: un bene prezioso che avrebbe subìto molteplici utilizzi lungo i secoli

Chi visita gli scavi di Ostia antica, in un’area marginale riservata a strutture didattiche e a laboratori di restauro, può scorgere all’esterno, accatastate secondo le diverse qualità, notevoli quantità di marmi di cava, alcuni in parte anche sbozzati. Giacciono all’aperto, ragion per cui hanno acquistato una patina uniforme; se però si potesse fare qualche saggio di pulitura, rivelerebbero diversità di venature e di colorazione.

Rinvenuti nel canale di Fiumicino, nelle immediate vicinanze del grandioso porto di Traiano realizzato da Apollodoro di Damasco, quei blocchi destinati agli arredi e alle architetture della Roma imperiale costituiscono uno dei più cospicui depositi di marmo importati – a prezzo di cifre favolose – dalle più lontane regioni dell’Impero, ma anche forniti da cave sparse nella penisola, come il famosissimo Lunense. Marmi dai nomi fantasiosi, come il variegato Fior di pesco della Calcide, il venato Caristio (o Cipollino) proveniente dall’Eubea in Grecia, la policroma Breccia di Sciro dall’omonima isola, il celebre Portasanta dell’isola di Chios nel Mar Egeo, il rinomato Lychnites, marmo statuario per eccellenza cavato nell’isola di Paros, nelle Cicladi, il Giallo antico dalla Numidia che, sottoposto al fuoco, “virava” a vive tonalità rossastre tali da dare profondità al disegno, se sapientemente sfumate; o come l’Alabastro cotognino a onde e cerchi concentrici originario della valle del Nilo e, ancora dall’Egitto, la rara Serpentina moschinata così detta dal color verde cangiante come la pelle d’un serpente… E che dire del Porfido rosso egiziano? Per il suo color porpora esso venne associato a tal punto alla figura degli imperatori da venire impiegato, sotto Diocleziano, esclusivamente al decoro e ornamento dei suoi palazzi, ai ritratti suoi e degli altri membri della famiglia.

Sempre ad Ostia antica, alla fine degli anni Cinquanta venne rinvenuta la meravigliosa decorazione a intarsio di una sontuosa domus nel IV secolo d.C., ora esposta nel Museo dell’Alto Medioevo all’Eur: l’Opus Sectile di Porta Marina, per il quale vennero utilizzate diverse fra le varietà ricordate, ed altre ancora.

Industria fiorentissima, quella alimentata dai marmi, a partire dell’età di Augusto, di cui quest’anno si celebra il bimillenario della morte; industria che vedeva blocchi, colonne ed altri elementi architettonici, insieme a statue e a sarcofagi appena sbozzati, prendere il via su robuste navi dirette per lo più alla foce del Tevere. Addirittura squadre di artigiani specializzati accompagnavano quei carichi per rifinire l’opera, una volta giunti destinazione, sempre che la navigazione non riservasse brutte sorprese. Il Mar Mediterraneo è infatti una vera miniera di relitti di queste navi trasportatrici di marmi, miseramente naufragate. Se il legno in genere s’è dissolto, il carico rimasto intatto ridisegna, in qualche caso, le linee dello scafo scomparso.

A Roma una strada ai piedi dell’Aventino, via Marmorata, prende nome dagli enormi depositi di marmi e pietre in attesa di vendita o di lavorazione, affluiti via Tevere su grandi chiatte in questo che era l’antico porto fluviale dell’Urbe.

Tutto ciò finché l’Impero raggiunse l’apice del suo splendore. Poi la decadenza. Dall’alto Medioevo in poi la Città eterna divenne una immensa cava dove i ruderi dei palazzi e dei templi venivano sistematicamente depredati dei preziosi marmi per erigere la nuova Roma. Si pensi che solo nel 1744 cessò lo scempio definitivo del Colosseo, grazie ad una legge emanata da papa Benedetto XIV che dichiarava l’Anfiteatro flavio sacro a Cristo e ai suoi martiri.

Oggi i marmi che fecero lo splendore della Roma imperiale – quelli almeno risparmiati dalle calcare che li riducevano in calce da costruzione –, vanno cercati, oltre che nei musei archeologici della capitale, nei suoi palazzi e parchi monumentali, nelle antiche chiese e basiliche, dove a colonne ed elementi sbozzati e anche finemente lavorati fu concessa una seconda esistenza. Emblematici di un riuso che spesso ha prodotto capolavori sono i pavimenti paleocristiani – veri tappeti lapidei – realizzati dai Cosmati, famosa dinastia di marmorari: vi si ritrovano, sapientemente accostate nei diversi cromatismi, un po’tutte le varietà rappresentate nell’area mediterranea.

Non meno imponente, poi, lungo i secoli, è stata l’emigrazione di marmi da Roma in tutta Italia e anche oltre: per essere reimpiegati nella costruzione di chiese e edifici, e, se opere scultoree, arricchire le collezioni private o statali di tutto il mondo. Come per un riflusso di marea, come per una nuova semina che tuttora non cessa di destare ammirato stupore.

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