Giardino del paradiso

Itinerari

di Oreste Paliotti

Il sacello di San Zenone sull’Esquilino. Una rara testimonianza d’arte bizantina del IX secolo nel centro di Roma

Chi ammira, sulla spalliera del ponte Sant’Angelo a Roma, i dieci angioloni barocchi che esibiscono gli strumenti della passione di Cristo, può rimanere incuriosito da quello scolpito da Antonio Raggi a motivo della strana, corta colonna della flagellazione che lui sorregge. Ebbene, essa riproduce in proporzioni maggiori quello che la tradizione ritiene essere l’originale, trasportato nel 1223 a Roma dal cardinale Giovanni Colonna e attualmente custodito nella basilica di Santa Prassede sull’Esquilino, a pochi passi dalla più famosa Santa Maria Maggiore.

Va cercata in un angusto ambiente accanto alla cappella dedicata al martire romano san Zenone: racchiusa in un reliquiario di bronzo dorato, è alta circa 63 centimetri per un diametro di cm 40 alla base, di 20 alla sommità e di 13 nel punto più stretto. Un po’ abrasa per la mania, in passato, di prelevare piccoli frammenti ad uso reliquie, è composta di un raro granito a grandi grani bianchi, talvolta rosati, e a cristalli neri oblunghi, che ha dato a questo prezioso materiale il nome, appunto, di “granito della Colonna”.

Che se si tratti poi effettivamente di quella della flagellazione (Gesù avrebbe potuto esservi legato solo in posizione accovacciata o disteso), ogni dubbio è legittimo. Ve n’è traccia anche in un sonetto del Belli, che anche qui trovò materia per dir la sua. C’è poi chi identifica in questo reperto un sostegno di mensa di fattura egizia. Ma si sa, molto spesso le reliquie hanno valore per quello che evocano, non tanto per la loro autenticità.

E già che ci siamo, diamo un’occhiata a questa splendida basilica, le cui origini risalgono al lontano anno 817, quando papa Pasquale I decise di ricostruire un antico titulus (ossia il luogo dove, secondo la tradizione, si riunivano i cristiani) già dimora del senatore Pudente e delle figlie Prassede e Pudenziana. Tra i primi convertiti a Roma dall’apostolo Paolo, i tre vennero deposti dopo il martirio nella catacombe di Priscilla. E proprio per accogliere le ossa di tanti altri martiri sepolti in quel cimitero lungo la via Salaria fu eretta questa chiesa, che ogni successiva età ha visto trasformarsi fino ai restauri dei secoli XIX e XX, intesi a rimettere in luce le strutture medievali.

Affidata dal 1198 ai monaci benedettini vallombrosani che ancora oggi ne curano il servizio pastorale, racchiude veri tesori di arte e di fede, tra cui spicca il ciclo di mosaici che ricoprono il catino e l’arco absidale e l’arco trionfale: una meraviglia risalente al rifacimento del IX secolo.  Stavolta però vorrei soffermarmi sulla ricordata cappella di san Zenone, che papa Pasquale I destinò a luogo funerario per la madre Teodora:  quasi intatta nel suo rivestimento musivo, rappresenta uno dei più preziosi documenti superstiti dell’arte bizantina a Roma.

L’entrata di questo sacello o oratorio ha stipiti ed architrave marmorei, quest’ultimo sorretto da due colonne e sormontato da una antica urna cineraria.  Attorno, esternamente, si dispiega una decorazione a mosaico composta da due serie di ritratti inscritti in un circolo (clipei): vi si riconoscono Cristo fra i dodici apostoli, mentre altri quattro personaggi sono di incerta attribuzione.

L’interno soprattutto, interamente rivestito di mosaico, è altamente suggestivo. Se si evita di inserire la monetina per l’illuminazione elettrica e ci si affida alla luce naturale che filtra dall’unica finestra, man mano che gli occhi si abituano alla penombra si ammira la sapienza dei mosaicisti che, collocando le singole tessere con una inclinazione impercettibile, sono riusciti a catturare ogni minimo barlume dando così alla raffigurazione una brivido di vita.

Vediamo così emergere sulla volta, quasi come una apparizione soprannaturale, quattro angeli che reggono un clipeo, al cui interno è raffigurato Cristo pantocratore. Nella controfacciata, tra i santi apostoli Pietro e Paolo, un trono gemmato con una croce dorata sul cuscino indica l’attesa del ritorno del Figlio di Dio.

Nella parete di sinistra, a partire dall’alto, si riconoscono le sante Agnese, Pudenziana e Prassede che,  le mani velate, recano la corona del martirio; nell’intradosso dell’arco, Adamo ed Eva liberati dagli inferi ad opera di Gesù; nella nicchia sottostante l’Agnello-Cristo su un monte con due cervi che si dissetano ai quattro fiumi che ne sgorgano, e ancora più in basso i busti di Maria Vergine, Prassede e Pudenziana, e Teodora, madre di papa Pasquale (contrassegnato dal nimbo quadrato, segno che era vivente al momento dell’esecuzione del mosaico).

La parete di fronte all’entrata presenta invece, nella parte superiore, le figure intere della Madonna e del Battista in adorazione di Cristo, qui rappresentato dalla luce che entra dalla finestra; figure di vegetali, fiori ed animali sull’intradosso dell’arco; nella nicchia successiva l’episodio della Trasfigurazione con Cristo, Mosè, Elia e gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo; e là dove è collocato l’altare, una piccola abside al centro della quale campeggia la Madonna con in braccio il Bambino recante un cartiglio con la scritta: Ego sum lux; mentre ai lati ritroviamo Prassede e Pudenziana.

Infine, sulla parete di destra compaiono le figure intere degli apostoli Giovanni con in mano il libro del Vangelo, Andrea e Giacomo; e nella lunetta sottostante, i busti di Cristo benedicente e di due santi (forse san Valentino e san Zenone).

“Giardino del paradiso” è soprannominata la cappella. E in verità, avvolti dalla bellezza sovrumana espressa da questo spazio ridotto, intimo, e in tale compagnia di santi, viene spontaneo pensare alla comunione paradisiaca  che tutti ci attende.

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