La campagna nella basilica

Itinerari

di Oreste Paliotti

Un singolare ciclo di affreschi rende unica, nel panorama delle chiese romane, la basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti

Bisogna proprio andarla a cercare, in suggestivo isolamento com’è sul Colle Oppio, uno dei sette colli, la bellissima basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti. Sorta nel IV secolo per volontà di papa Silvestro I su un terreno donatogli dal presbitero Equizio, fu inizialmente un antico oratorio nel quale venivano onorati i martiri ignoti e di cui rimangono tracce nei sotterranei. La chiesa vera e propria, con la successiva dedica a san Martino di Tours, venne eretta invece alla fine del V secolo, al tempo di papa Simmaco. A sua volta Bonifacio VIII la affidò nel 1299 ai carmelitani “calzati” o di “antica osservanza”, che tuttora ne occupano l’annesso convento.

Più volte ristrutturata, subì una radicale trasformazione nel corso del XVII secolo, sempre però conservando il maestoso impianto basilicale. La impreziosiscono numerose testimonianze artistiche di varie epoche: tra queste il ciclo di affreschi realizzato nelle pareti laterali di ambedue le navate da Gaspard Dughet, considerato dai suoi contemporanei “pittore romano”, pur essendo di origine francese, in quanto nato e vissuto quasi sempre a Roma (1615-1675).

Cos’hanno di particolare questi dipinti per rendere la basilica monticiana quasi un unicum nelle tematiche decorative delle chiese dell’Urbe? Raffigurano paesaggi, bellissime vedute di natura selvaggia con boschi, torrenti, rocce e montagne più adatte, si direbbe, alla quadreria di uno dei tanti palazzi nobiliari romani che non ad una chiesa. Eppure sono scene sacre: in questo ciclo pittorico, infatti, Dughet rappresentò le storie di Elia, da sempre ritenuto dai carmelitani modello e ispiratore della loro vita religiosa; storie tratte dalla Bibbia o dalle leggende fiorite intorno a questo profeta acceso dallo zelo per Dio; storie nelle quali però i personaggi umani sono ridotti a figurine sperdute nell’elemento paesistico, che trionfa sul resto.

Giustificato è il sospetto che il pittore (fra l’altro cognato e discepolo del celebre paesista francese Nicolas Poussin) abbia trattato il soggetto commissionato come pretesto per dipingere i prediletti paesaggi laziali e della campagna romana sui quali egli andava prendendo annotazioni nella sue scorribande; paesaggi oggi in gran parte modificati, motivo per cui il valore di questo ciclo è anche documentario, oltre che artistico.

Volete un saggio di campagna romana allo stato puro? Osservate l’affresco dipinto sopra la porta della sagrestia: rappresenta il profeta Elia che chiama Eliseo al ministero profetico, mentre sta arando con dodici paia di buoi.

Diciotto le scene, di cui solo sedici realizzate da Dughet; le altre due sono del bolognese Giovanni Francesco Grimaldi, che però si adeguò allo stile del collega. Vi si ammirano l’abilità con cui, dipingendo in primo piano un albero solitario (di solito una quercia o un castagno) o in secondo e terzo piano un gruppo di alberi, l’artista è riuscito a dare profondità alle varie scene; il movimento e il colore, il sentimento lirico che le pervade. Vi si coglie l’intenzione di penetrare il mistero della natura, l’invito a contemplare ed elevare l’anima dal creato al Creatore.

Simili sentimenti, purtroppo, uscendo dalla chiesa non sono suggeriti dal vicino parco di Colle Oppio, un tempo bellissimo giardino ricco di verde e resti monumentali (la Domus Aurea, le Terme di Tito e di Adriano) ed ora in avvilente degrado! Ma in un prossimo futuro, dicono…

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