“Natale è ovunque”

12366095_10206898150485084_3504572868150115981_oCome giovani per un mondo unito di Roma sentivamo un’esigenza: quella di sperimentare la concretezza all’Ideale di Chiara partendo dalle ferite presenti nella nostra città. L’occasione ci è stata offerta da Patrizia che in veste di maestra e collaboratrice della rivista Cittànuova stava scrivendo un libro sui minori figli di detenuti e aveva appena conosciuto il comitato Break the Wall. Si tratta di 7 detenuti che tra le varie attività della sezione, si stavano impegnando per consentire ai bambini di avere qualcosa di più del freddo incontro negli stanzoni dei colloqui. L’idea era quella di realizzare delle iniziative in cui genitori e figli potessero riscoprire insieme la dimensione del gioco e del divertimento: un modo per restituire ai bambini parte di quella infanzia che gli è stata negata. Tra noi e i detenuti del comitato, le educatrici e la direttrice della sezione si è subito instaurato un rapporto personale sperimentando sin dall’inizio una collaborazione a 360 gradi.  Siamo riusciti a partecipare in 40 alla festa di Natale coinvolgendo circa 150 bambini e 300 genitori: per le iniziative successive non ci fu dato alcun limite numerico. Ricordo in particolare l’ordine della guardia carceraria a lasciare tutto prima di entrare: l’ho preso come una spinta a lasciarmi dietro  i tutti i pregiudizi. Prima di partecipare al campus a Siracusa la scorsa estate abbiamo intervistato alcuni detenuti del comitato: Carlo, Francesco e Matteo sono un orgoglio per le educatrici, rappresentano un modello per chi ha iniziato il percorso di reinserimento: pur sapendo di non poter ottenere dei permessi premio e pur non avendo bambini sono quelli che si spendono di più nelle attività a favore dei figli di tutti gli altri detenuti. Una piccola iniezione che fa bene all’intero corpo: tutto il complesso penitenziario infatti beneficia di questa rete che sta nascendo. Una volta spento il registratore si sono aperti raccontando con degli esempi gli effetti concreti del carcere sulla vita quotidiana. Molti detenuti ad esempio hanno problemi di vista. Chi in passato è stato fuori dal carcere non riusciva più a mettere a fuoco lo sfondo, gli occhi dovevano riacquistare la capacità di guardare lontano, aveva perso l’abitudine a guardare l’orizzonte. Un fatto che più di uno ha confermato riguarda il momento in cui il detenuto appena uscito si trova in fila alla cassa: pagherà sempre con le banconote. Non è più in grado di fare velocemente delle operazioni di calcolo per questo ritorna a casa con mucchi di monete. Attività apparentemente banali diventano complicate: il solo attraversare una strada da soli con le macchine che passano e la gente che corre crea il panico. Nell’audio uno di loro dice delle parole che colpiscono: “Faccio lo scrivano, ordino le lettere di alcuni detenuti e dei loro famigliari: lavorare fa apprezzare tutto il resto, ti svegli la mattina e ti rendi conto che fare un’attività per gli altri restituisce valore alla persona. Prima di entrare qui non ho mai fatto un lavoro legale, sfruttavo le mie capacità per altro, senti però che non rimane nulla, quello che avevo fra le mani era come un gelato d’estate, ti si scioglie al sole. Fare questa attività invece vale cento volte il salario. Quello che dico ai giovani che andranno a Siracusa è di continuare a dedicarsi a queste attività perché spesso chi sta dentro ha bisogno solo di vedere che dall’esterno c’è un interesse verso questi problemi, per avere una seconda possibilità. Spesso il carcere taglia i ponti e l’abbandono crea dei mostri, per questo da parte mia vi ringrazio

Ultima visita di condivisione dicembre 2015

Anche quest’anno in occasione delle festività natalizie in quaranta abbiamo allestito stand nel cortile interno del penitenziario dove i bambini e i genitori potevano cimentarsi in canti, disegnare e preparare decorazioni natalizie. Nel giorni in cui venivano aperte le porte sante di quattro basiliche romane in occasione del Giubileo, dei detenuti sceglievano di spalancare le porte blindate del penitenziario per accogliere centinaia di persone in occasione del Natale. La gioia che si respirava testimonia la vera libertà: Il fatto cioè di spendersi per gli altri senza avere un tornaconto in cambio. A volte le cose preziose sono nascoste in fondo agli abissi, questa esperienza ci sta insegnando a essere cercatori di perle.

La mattinata del 12 dicembre, trascorsa con i carcerati e le loro famiglie, ci ha mostrato momenti di tenera e incrollabile umanità che irradiano di luce il dramma umano causato dall’errore di un padre. Aperti i cancelli del piazzale interno al carcere, i figli accompaganti dalle mamme corrono verso i papà per incontrarne l’abbraccio, per avvertire quell’affetto paterno di cui nel quotidiano sono stati privati. Rispetto all’immediata affettività mostrata dai figli, la grande  felicità dei papà si mostra in modo più goffo e incerto, sia per le minime relazioni umane a cui sono ormai abituati e sia perchè il rapporto tra padre e figlio richiede il beneficio di giorni trascorsi insieme per poter crescere e affermarsi. In quest’ultimo passaggio si colloca l’importanza del lavoro svolto da noi volontari: tramite l’espediente dei lavoretti creativi per il Natale, i figli possono vivere con i genitori quei momenti di famiglia felice e realizzata, e l’idea che che quel lavoretto regalato ai papà andrà con loro nella cella, farà della distanza un dolore più sfumato e meno percettibile.

In quei momenti i papà vedono mutare i termini del loro conflitto con il tempo: se nei momenti trascorsi in cella vorrebbero che il tempo si sbrigasse a portare a conseguimento la loro pena, nelle poche ore di una mattinata trascorsa con la famiglia guardano l’orologio sperando che le lancette si fermino d’un tratto per far durare quegli istanti un’eternità.

A sancire il termine di questi momenti di amore visibile, uno speacker chiama uno ad uno i nomi dei papà carcerati, ricordandogli il mondo segregato a cui appartengono. I figli confidano ai papà tutte le loro emozioni nell’ultimo abbraccio e qualche lacrima percorre i volti come espressione del dramma che prende luogo. Noi volontari, al centro del piazzale tra i gazebo allestiti per l’intrattenimento, osserviamo come spettatori quei momenti così intensi di vita umana, con la consapevolezza di come il mondo degli ultimi sia fondamentale per definire le nostre vite.

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