Sogno di antiche stanze

Itinerari di Oreste Paliotti

Stazione Termini  e dintorni com’erano al tempo della Roma imperiale. E come avrebbero potuto essere oggi

Immaginiamo di arrivare a Roma, pellegrini per il Giubileo, e che per l’occasione sia stata appena finita una nuovissima versione della stazione Termini.

L’edificio è un po’ diverso da come lo conosciamo, alquanto arretrato su una piazza dei Cinquecento diventata immensa. Uscendo dal corpo frontale, lo sguardo spazia su un’area verde da cui spunta una luccicante piramide di plexiglass, simile a quella eretta fra tante polemiche davanti al Louvre. Qui invece non ha suscitato problemi, in quanto da ben duemila anni fa parte del panorama dell’Urbe un’altra piramide, la Cestia, a imitazione di quelle d’Egitto.

A cosa serve questa singolare struttura davanti a Termini? Lo sanno i viaggiatori che si sprofondano nei passaggi che portano alla ferrovia metropolitana. E qui è la sorpresa. Al posto delle lugubri gallerie attuali, quelle che sto immaginando fasciano un’area archeologica sotterranea, che in occasione dei recenti lavori si è potuto scavare e valorizzare: è quest’area, appunto, a ricevere luce dalla piramide in superficie.

Si tratta di un quartiere risalente al II secolo d.C. con le sue strade, botteghe, abitazioni, bagni, tra cui spicca un’insula decorata da raffinati affreschi, mosaici, statue. Tali reperti, visibili dall’alto di passerelle metalliche o attraverso pareti trasparenti, costituiscono uno straordinario biglietto d’ingresso per chi arriva nella Città Eterna, e che della Roma imperiale offre una versione più intima e quotidiana, certo più vicina a noi.

Fin qui il sogno, quello che avrebbe potuto essere ed invece non è. Tutto, infatti, è andato distrutto: prima per erigere la vecchia stazione ottocentesca e poi, ancor più radicalmente – fra le vane opposizioni degli archeologi e l’indifferenza dei cittadini –, verso la fine degli anni Quaranta del secolo scorso, quando si pose mano al completamento dell’attuale scalo ferroviario e alla costruzione della linea B della metropolitana. Pur sapendo che quell’area – già occupata dalla grandiosa Villa Montalto (poi Negroni e Massimo) – costituiva una vera miniera dal punto di vista archeologico, non si era fatto nulla per modificare il progetto: un altro Giubileo, quello del 1950, incalzava e allora…

Nell’estate del 1997, a pochi passi da Termini, nella suggestiva cornice delle Aule delle Terme di Diocleziano, la mostra Antiche stanze m’ha fatto rivivere quelle perdute dimore, grazie a quanto si poté salvare prima che venissero demolite: mosaici, statue ed affreschi, dopo aver arricchito, nell’arco di due secoli, le collezioni vaticane e cittadine, venivano ora presentati nel loro originario contesto insieme a plastici, ricostruzioni, documenti fotografici e dipinti.

Quella mostra m’ha fatto riflettere sul bisogno di accostarci con rispetto ed umiltà a tutto ciò che ci collega, come in una catena, a quanti ci hanno preceduto. Le testimonianze del passato possono insegnarci qualcosa, ed è segno di progresso verso l’uomo integrale trasmettere alle generazioni successive un patrimonio che ci arriva carico di umanità.

Chi voglia oggi rintracciare qualcosa di quel frammento di Roma antica non ha che da recarsi a Palazzo Massimo, una delle sedi del Museo Archeologico Romano, a pochi passi dalla stazione Termini. Fra le sue magnifiche collezioni di statue, dipinti, mosaici, monete ed altri reperti, rivivono alcune “antiche stanze” dell’insula distrutta ricostruite nelle dimensioni originarie con le loro decorazioni ad affresco e i bellissimi pavimenti a mosaico.

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