Riscopriamo Santa Maria Antiqua

Itinerari dello spirito di Oreste Paliotti

Può definirsi quasi una Pompei dell’Alto Medioevo questa chiesa paleocristiana ora nuovamente visibile nel Foro romano. Unico al mondo il suo ciclo di affreschi murali a più strati

Accadde nell’anno 847 dopo Cristo. Un violento terremoto squassò Roma, causando gravi danni ai monumenti del suo glorioso passato, tra cui il Colosseo. Una frana, rovinando lungo le pendici nord-occidentali del Palatino sul sottostante Foro, seppellì Santa Maria Antiqua. Era questa una chiesa della metà del VI secolo eretta a ridosso del colle riadattando strutture antiche e, tramite una rampa di età domizianea, collegata ai soprastanti palazzi: sede un tempo degli imperatori ed ora dei successori di Pietro, da quando Giovanni VII – per affermare la supremazia papale sulla Città Eterna – vi si era trasferito dal Laterano. Da allora quella che doveva aver svolto le funzioni di cappella palatina cadde in oblio per più di mille anni e il sito stesso venne abbandonato.

Solo agli inizi del Novecento, in seguito agli scavi condotti da Giacomo Boni, la scomparsa basilica riemerse dai suoi crolli con l’intero apparato decorativo originario, unico esempio a Roma di edificio sacro risalente all’Alto Medioevo a non aver subìto successive trasformazioni e aggiunte. Nuovamente reso visitabile dopo i restauri, questo gioiello paleocristiano ha conosciuto periodi di apertura e di chiusura, sempre però un po’ ai margini dei flussi turistici per la sua posizione appartata ai piedi del Palatino. Io stesso ricordo di averlo scoperto casualmente in una mia visita al Foro romano dei primi anni Settanta, e di essere stato impressionato dalla solitudine, dal silenzio e, diciamo pure, dall’abbandono in cui si trovava allora il monumento.

Nell’ultimo trentennio esso è rimasto inaccessibile a causa di un complesso intervento di restauro alla struttura architettonica e al ciclo degli affreschi: un compendio dell’arte medievale e bizantina unico al mondo, se si considera che la quasi totalità del patrimonio pittorico coevo esistente nell’Oriente cristiano è andato distrutto durante il periodo di crisi iconoclasta. Solo ultimamente la basilica è stata riaperta al pubblico in occasione della mostra Santa Maria Antiqua tra Roma e Bisanzio, che evidenzia il ruolo centrale giocato da questo edificio nella cristianizzazione del Foro romano post-classico e nel rapporto tra l’Urbe e Costantinopoli.

Il visitatore di questa sorta di Pompei altomedievale rimasta sigillata dal terremoto che la seppellì può assaporare l’atmosfera dei primi secoli dell’era cristiana, rivivere le sue suggestive liturgie, immaginare i cortei che in certe solennità, presente il papa, si snodavano lungo la rampa che collegava l’episcopio sul Palatino a questa chiesa in cui le storie dell’Antico e Nuovo Testamento decoranti navate ed abside parlavano con la loro policromia un linguaggio comprensibile anche all’ultimo dei fedeli.

Tale era l’importanza catechetica degli affreschi che più volte, nel corso di due secoli, Santa Maria Antiqua vide rinnovato il suo apparato decorativo: è il motivo per il quale i circa 250 metri quadrati di quelli superstiti sono formati da più strati (nella sola abside se ne contano ben sette!). Caduti qua e là gli intonaci più recenti, s’affacciano al di sotto lembi di pitture di epoche precedenti con volti, figure e scene che non hanno alcun rapporto con le altre. L’effetto bizzarro ricavato da questo palinsesto è quello di un puzzle di cui è arduo venire a capo.

Per fare un solo esempio, nella parte absidale destra del presbiterio si riconoscono in sequenza cronologica, nei frammenti sovrapposti, le figure di Gregorio Nazianzeno e Basilio (inizi VIII sec.); ancora di Basilio e Giovanni Crisostomo (seconda metà del VII sec.), parte di una Annunciazione (fine VI sec.) e – la scena principale –  Maria abbigliata come una imperatrice bizantina col Bambino e angeli che offrono corone (prima metà VI sec.), il tutto all’interno di una cornice a bande policrome della fine del V-inizi del VI sec. Da questi volti soavi o severi, regali o ieratici, ma decisamente vivi, spira una profonda spiritualità. Fu questa, un giorno di febbraio del 1933, a far sentire il suo richiamo a un Thomas Merton allora diciottenne in crisi esistenziale, poi monaco trappista tra i più grandi maestri spirituali del Novecento, e a spostare il suo interesse dai ruderi di epoca classica alle chiese paleocristiane.

Una curiosità: non molti sanno che i mosaici realizzati nel 1909-1910 sulla facciata della moderna chiesa di Santa Maria Liberatrice al Testaccio riproducono i dipinti di ispirazione siro-palestinese che rivestono, in Santa Maria Antiqua, la cappella dedicata ai santi martiri Quirico e Giulitta; dipinti dell’VIII secolo commissionati da papa Zaccaria e dall’alto funzionario ecclesiastico Teodoto proprio mentre in Oriente imperversava l’iconoclastia.

Nel pannello superiore è rappresentato Cristo crocifisso in lunga tunica, con a destra la Vergine e il soldato Longino, a sinistra quello con la spugna e l’evangelista Giovanni. In quello sottostante, la Vergine col Bambino è affiancata a sinistra dai santi Pietro e Giulitta e da papa Zaccaria, e a destra da san Paolo, dal piccolo Quirico e da Teodoto nell’atto di donare alla Vergine il modellino della cappella. Sia Teodoto che papa e Zaccaria hanno il nimbo quadrato a indicare il ritratto realizzato mentre erano viventi.

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