Il “castello” di Pètrica

I giardini pubblici della piazza più “umbertina” di Roma ospitano i resti monumentali di una “mostra d’acqua” di epoca imperiale. Tra gatti e senza fissa dimora

Itinerari di Oreste Paliotti

Tra Roma e l’acqua è eterno connubio. Bagnata dal Tevere, la Città Eterna zampilla di mille fontane – quelle celebri create dagli artisti del passato, ma anche gli umili “nasoni” di cui essa è costellata – , ricchissima di acque anche nel sottosuolo (a impedire l’estendersi degli scavi nel Circo massimo non è forse la falda acquifera sottostante?).

Già ai tempi dell’Impero non si sa se Roma fosse ricca più marmi o di acque. Ne dicono qualcosa, a chi ci arriva in treno, le imponenti arcate dell’Acquedotto Claudio, uno dei quindici che portavano all’insaziabile metropoli il prezioso elemento. Prezioso per l’uso smisurato che se ne faceva nelle piscine, fontane, terme, palazzi e ville patrizie. Quanto alle fontane pubbliche, si tramanda che ce ne fossero circa 1200 sparse un po’ dovunque. Insomma l’antica Roma era tutto un frastuono di attività umane e tutto un sussurrìo liquido. Come scrisse il poeta Properzio: «La città intera risuona di acque dolcemente mormoranti».

Omaggio alle divinità acquatiche e al tempo stesso luoghi di ritrovo estivo per feste, conviti e incontri poetici e letterari , le cosiddette “mostre d’acqua” erano costruzioni monumentali ricche di marmi e di statue, poste ai terminali o alle diramazioni degli acquedotti, dove l’acqua scorreva allegramente in cascatelle e zampilli nei bacini sottostanti: idea ripresa in epoca rinascimentale e barocca, come attestato dagli esempi della Fontana di Trevi (al terminale dell’Acqua Vergine, l’unico acquedotto tuttora funzionante dai tempi di Augusto) e della Fontana dell’Acqua Paola in cima al Gianicolo.

Tuttavia queste ultime danno solo una pallida idea della magnificenza delle “mostre” imperiali, che al tempo di Domiziano (fine I sec. d. C.) assommavano ad una quarantina. La più sontuosa era il Settizodio, ai piedi del Palatino: una scenografica quinta formata da tre piani ornati di colonne e nicchie di marmi pregiati dalle quali sgorgavano rivoli d’acqua. Visione spettacolare per chi arrivava a Roma dall’Appia e da porta San Sebastiano! Peccato che questo monumento, in parte ancora intatto nel Cinquecento, non esista più: fu smantellato per costruire con i suoi materiali la nuova Roma.

Esiste ancora invece, benché ridotto a rudere, il Ninfeo di Alessandro, ovvero la “mostra” della diramazione dell’Acqua Claudia nota dal Medioevo in poi col nome di “Trofei di Mario”. Sorge nell’angolo nord-occidentale dei giardini pubblici di Piazza Vittorio Emanuele III, nel quartiere Esquilino. Beninteso, ne sopravvive solo la struttura in laterizio e calcestruzzo, essendo spariti da un pezzo marmi, colonne e statue. Come i due gruppi scultorei alludenti alla vittoria di Mario, che oggi ornano la balaustrata del Campidoglio accanto ai giganteschi Dioscuri.

Il Ninfeo si ergeva su tre piani movimentati da nicchie ed archi, dai quali le acque scorrevano nelle vasche inferiori. Oggi i suoi ambienti interni e le sue canalizzazioni danno ricetto a colonie di gattoni ben pasciuti: e sono più questi ad attirare la curiosità di qualche passante che non le antiche mura.

Per me, che ho abitato a lungo nei pressi della piazza, l’ex fontanone è legato al ricordo di un giovane barbone rumeno di cui ero diventato amico e che, tra i vari posti di fortuna dove passava la notte, ogni tanto prediligeva proprio quel rudere, eludendo la sorveglianza dei custodi quando a sera chiudevano i cancelli del giardino. Fattosi buio, si appressava al monumento col suo passo malfermo di alcolista, ne scavalcava la cancellata e, facendosi luce con l’accendino, spariva nei suoi oscuri meandri.

Quando lo incontravo, gli chiedevo scherzosamente: «Dove hai dormito stavolta, nel tuo “castello” in compagnia dei gatti?». E lui a ridere di gusto, tanto l’idea di abitare in un castello gli suonava comica.

Pètrica era originario di Braṣov, il principale centro della Transilvania. Ancora giovanissimo, per le disagiate condizioni economiche della famiglia, conobbe le fatiche e i disagi del lavoro, rischiando anche la vita. Come quando scampò per due volte ad un’esplosione di grisou nel periodo in cui lavorava in miniera. In seguito trovò occupazione prima presso una compagnia petrolifera, poi presso una industria chimica. Infine riprese il suo vecchio lavoro di cuoco. Col miraggio di un futuro migliore, decise di emigrare in Italia. E qui iniziò la parabola discendente. Segnato dai traumi subìti, ammalato di epilessia (io stesso fui presente ad una delle sue crisi), senza documenti né lavoro, si diede all’alcol. Era mite, pronto al sorriso, generoso verso gli altri barboni con cui divideva cibo e vestiario. Solo da ubriaco, a volte, diventava litigioso e violento. Testardo nel suo voler essere indipendente, non accettava soluzioni alternative. Mentre io assistevo impotente al suo progressivo degrado. Un giorno d’inverno seppi da alcuni suoi amici che era morto, finito dal freddo e dagli stenti.

Solo di recente, leggendo qualche notizia su Braṣov, la sua città, ho scoperto che gli attuali nomi rumeno e ungherese deriverebbero dall’antica parola turca barasu, che significava “fortezza”, o dalla parola turca boro-sug (acqua grigia). E allora, collegando il tutto alle rovine dei Trofei di Mario, già luogo di acque, ho ripensato con affetto al mio amico Pètrica e al suo castello/dormitorio.

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