La verità sulla Bocca della Verità

bocca-veritaItinerari di Oreste Paliotti

Una suggestiva nuova ipotesi sull’origine del celebre mascherone, monumento fra i più visitati e fotografati a Roma

È diventata celebre la scena del film Vacanze romane in cui Gregory Peck, per spaventare Audrey Hepburn, finge di essere stato morso alla mano dal mascherone di epoca classica noto come la Bocca della Verità che dal 1632 fa mostra di sé nel pronao della basilica di Santa Maria in Cosmedin. A questo enorme disco marmoreo raffigurante un volto maschile barbuto d’aspetto truce, il dio Oceano a detta del Lanciani, veniva in passato attribuito il potere di pronunciare oracoli e di punire i bugiardi, soprattutto le donne colpevoli di adulterio, che osavano inserire una mano nella sua bocca spalancata.

Oggi questo mascherone anticipatore della “macchina della verità” sembra aver perso la leggendaria efficacia; in compenso è cresciuta enormemente la sua capacità di attrarre le masse: basta osservare le file incessanti di turisti provenienti da tutto il mondo che si sottopongono con ammirevole pazienza al rituale della fotografia con una mano infilata nella Bocca, forse ignorando che la vera bocca della verità, anzi la Verità stessa, è presente all’interno di questa stupenda basilica medievale, nel tabernacolo che custodisce il corpo di Cristo.

Ma a cosa serviva l’inquietante reperto? Secondo gli archeologici si tratta di un monumentale chiusino di fogna, il più grande del genere finora ritrovato (va detto anche che a pochi passi da esso c’è lo sbocco nel Tevere della famosa Cloaca Massima). Non tutti però sono d’accordo con questa interpretazione. Intanto è piuttosto insolito se non strano che per un simile manufatto sia stato impiegato il costoso marmo pavonazzetto proveniente dalla Frigia.

Una nuova ipotesi viene ora formulata sull’ultimo numero del periodico Archeologia Viva a firma di Andrea Ruffolo, architetto, scrittore e pittore originario di Grosseto ma romano di adozione, secondo il quale il presunto chiusino proverrebbe dal Pantheon, e precisamente dall’impluvio al centro del pavimento cui corrisponde in alto l’oculo della cupola. Lo confermerebbero le dimensioni identiche, come pure il tipo di marmo (il pavonazzetto è ampiamente impiegato nel Pantheon).

Secondo Ruffolo, il disco originario dell’impluvio fu rimosso quando il Pantheon venne trasformato in chiesa cristiana e sostituito con l’attuale in granito rosa, che però non corrisponde ad alcun altro marmo all’interno del tempio. Ma c’è di più, se si considerano l’alto significato religioso dell’edificio e le valenze simboliche del mascherone rappresentate dalla divinità ivi effigiata, Oceano appunto. «Oceano – afferma fra il resto Ruffolo nella sua attendibile ipotesi – era il grande Fiume che circonda la Pangea romana, il limite cioè del mondo sottomesso all’imperio di Roma e di cui si trova menzione in diversi epigrammi di Seneca. Che la Bocca della Verità sia una maschera di Oceano è attestato dalla barba, da cui emergono i delfini (simbolo tra l’altro della casa dinastica giulio-claudia: si veda la statua di Augusto Loricato di Prima Porta), e dalle chele di granchio che appaiono sulla testa. Il delfino è attributo anche di Marco Vipsanio Agrippa (vedi statua al Museo Correr di Venezia) a memoria delle due vittorie navali, prima fra tutte quella di Azio contro Antonio (31 a. C.), e costruttore del Pantheon originario».

Occorreranno ulteriori indagini e approfondimenti, come riconosce lo stesso Ruffolo, ma se quest’ipotesi dovesse rivelarsi fondata, avremmo finalmente la verità sulla Bocca della Verità.

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