Lungo la Via Trionfale

Itinerari di Oreste Paliotti

L’ampliamento e la musealizzazione con i più moderni criteri della necropoli romana scoperta sotto il colle Vaticano

Ricchissimo di emergenze archeologiche, il sottosuolo della Città del Vaticano ha rivelato a più riprese, nei decenni scorsi, cospicui tratti della necropoli sorta lungo la via Trionfale, la consolare che attraversando Monte Mario conduceva a Veio (Isola Farnese). Le due principali aree scavate in passato, collegate da quella scoperta tra il 2009 e il 2011, sono tornate accessibili dal dicembre 2013 sotto un moderno edificio. Col suo corredo di postazioni multimediali, filmati, ricostruzioni virtuali e schede informative il nuovo percorso espositivo è studiato apposta per coinvolgere un pubblico non specializzato, che può anche assistere ai lavori di scavo mano a mano che vengono realizzati.

Il risultato è un affascinante viaggio nel tempo che riporta indietro di duemila anni. La necropoli infatti, sorta di piccola Pompei sotterranea, è stata rinvenuta quasi intatta perché sigillata da frane e smottamenti che hanno impedito manomissioni ulteriori.

Dall’alto delle passerelle metalliche che scavalcano e corrono ai margini dell’area di scavo (circa mille metri quadrati) la vista è spettacolare, come può esserlo da un drone. Lo sguardo abbraccia le pendici nord-orientali del Colle Vaticano disseminate di tombe di varie tipologie e grandezza: accanto a sepolture più umili contrassegnate da semplici anfore infisse nel suolo, si alternano sepolcri di famiglie agiate a forma di tempietti con copertura a bauletto; di alcuni rimangono visibili anche gli interni decorati di affreschi e stucchi, i pavimenti mosaicati (bellissimo quello del “Dioniso ebbro”), le urne cinerarie, i sarcofagi scolpiti e l’intero vario corredo di are, lucerne, brocchette e balsamari al loro posto, così com’è stato lasciato. Tombe, cippi e stele che si addossano e quasi sovrappongono, occupando ogni spazio consentito dalla conformazione della collina, nella duplice modalità di incinerazione e inumazione.

L’Appia con i suoi mausolei monumentali immersi nella cornice della campagna romana ha un suo fascino particolare. Ma quei ruderi corrosi dal tempo e depredati di materiali non danno un’idea precisa di come doveva presentarsi una antica necropoli né dei suoi riti funerari. Inoltre le tombe che fiancheggiano la Regina Viarum appartennero in prevalenza a famiglie e personaggi altolocati. Qui invece abbiamo un raro esempio di tombe attribuibili per lo più ad un ceto medio-basso, quali potevano essere schiavi, liberti e artigiani, l’analisi delle quali ha permesso di ricostruire la storia, la vita sociale e le tradizioni funerarie di Roma dalla fine del primo secolo a. C. fino agli inizi del IV secolo d. C., quando la costruzione – per volontà di Costantino – di una basilica sulla tomba di san Pietro decretò il divieto di nuove sepolture e il successivo abbandono della necropoli. Solo nella sua fase più tarda essa ospitò defunti di condizione medio-alta, che probabilmente avevano acquistato, trasformandole e dotandole di una ricca decorazione, le tombe più povere ormai in abbandono.

Altra caratteristica è la multietnicità: dai nomi rinvenuti sulle iscrizioni sappiamo che molti di essi erano di origine asiatica o mediorientale. Tra le altre novità spicca il raro rinvenimento di un ustrinum, l’area sacra predisposta per la cremazione dei cadaveri, dalla quale sono emersi perfino i resti delle pigne utilizzate per accendere la pira.

Non è difficile immaginare le scene e le cerimonie che qui dovevano svolgersi un tempo, durante tutto l’anno ma in particolare nei mesi di febbraio e di maggio, in occasione delle principali ricorrenze con cui si onoravano i defunti: la Parentalia la Lemuria. Allora soprattutto si moltiplicavano le corone floreali apposte sulle urne, le libagioni e i banchetti che davano ai viventi l’illusione di riunirsi al loro congiunto passato all’aldilà.

La visione ravvicinata permette di individuare fra le tante lapidi quelle di personaggi a loro tempo noti: come Alcimo, lo schiavo di Nerone con le doti di architetto, che curava le scenografie del Teatro di Pompeo (la stele lo raffigura con gli strumenti del suo lavoro); o Clemente, un auriga della fazione azzurra, che forse aveva mietuto vittorie, se non nel Circo Massimo, nel vicino Circo Vaticano; oppure Tiberio Claudio Optato, un archivista che si occupava della contabilità imperiale.  Di altri conosciamo soltanto il nome: è il caso di Tiberio Natronio Venusto, vissuto quattro anni, quattro mesi e dieci giorni, la cui bellissima testa in marmo bianco è incastrata in una stele a edicola. Come pure del giovane equites (cavaliere) Publio Cesilio Vittorino, forse un cristiano a giudicare dalla figura di un’orante scolpita sul suo sarcofago. Ma più numerose sono le sepolture di anonimi. Tutti ormai accomunati da quella morte che Totò definì una “livella”.

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